Bologna, 11 luglio 2015 - Tagliente a volte, incisivo sempre. E dopo la prima uscita sugli emiliani <popolo sazio e disperato>, i bolognesi capirono che quel milanese entrato il 2 giugno dell'84 nella cattedrale di San Pietro sarebbe stato un arcivescovo diverso.
Anche perché l'anno dopo papa Wojtyla, col quale aveva un rapporto speciale, l'avrebbe fatto cardinale.
Giacomo Biffi, 113° vescovo di Bologna, fino a quella data era stato vicario episcopale per la cultura presso la curia del cardinal Martini. Aveva insegnato per dieci anni Teologia dommatica e pubblicato numerose opere di teologia, catechesi e meditazione. Per tre volte aveva rifiutato di guidare una diocesi e il grande pubblico non lo conosceva. Ma quando Giovanni Paolo II gli chiese di andare a Bologna non si potè sottrarre. Divenne pastore nella capitale del comunismo-consumismo, in quella che sarebbe diventata la frontiera della <nuova evangelizzazione>. Una missione condotta a colpi di omelie.
Diversi i campi di battaglia prediletti: la civiltà dei consumi, l'immigrazione e l'Islam, la storia e la dottrina. E quindi i rimproveri a un certo tipo di donna, <squallida Eva moderna>, i continui richiami alla denatalità, alle separazioni e ai divorzi per arrivare alla condanna del <salutismo ansioso> e del <disperato estetismo>. Bollando il Risorgimento, fatto in contrasto con <l'animo e la cultura degli italiani> e la Rivoluzione francese, una <vera strage di Stato>. E gli immigrati? <Prediligiamo filippini, sudamericani o eritrei>; sono di fede cristiana e quindi la loro <integrazione sarà più facile>.
E il moderno Anticristo? Come si presenta? Sotto forma di <ecologista, animalista, eccellente ecumenista>. 
D'un colpo si guadagnò le prime pagine di tutti i giornali, ma forse non tutti i cuori dei bolognesi, abituati a pastori più miti. Ma a questi lo stesso Biffi rispose in San Petronio: <Perdonate la mia schiettezza, ma parlar chiaro è un dovere del vescovo. Lo dice Sant'Ambrogio, un mio concittadino>. A distanza di anni, in tanti si sono ricreduti.