Bologna, 9 dicembre 2021 - "Conosco Chiara Gualzetti da circa tre anni. A seguito dei fatti di questa mattina le ho scritto dei messaggi nei quali la avvertito che i suoi genitori la stavano cercando. Ma ancora non li ha letti". Le 19 di domenica 27 giugno, caserma di Bazzano: viene sentito per la prima volta a sommarie informazioni il 17enne che poche ore prima ha ucciso Chiara, non ancora sedicenne, nel modo più brutale. Inizia qui il suo maldestro tentativo di depistaggio, da quella chiacchierata con i carabinieri, l’ultima da persona libera. Lui, l’ultimo ad essere stato visto con la giovane di Monteveglio, ritrovata l’indomani ai piedi dell’Abbazia, travolta dalle coltellate di quello che reputava più di un amico. Per il quale ora la Procura dei minori ha chiesto il giudizio immediato. "Ha negato fin dall’inizio – chiosa papà Vincenzo Gualzetti per il quale il giovane lavorò come stagista –, poi ha cercato di farci credere di essere stato spinto da un demone. Menzogne".

Chiara Gualzetti avrebbe compiuto. 16 anni pochi giorni dopo l’omicidio

Samael, "un essere di fuoco", dirà alle 21 del 28 giugno – il corpo di Chiara era stato trovato alle 16.38 – questa volta in qualità di indagato per omicidio, "alto circa come me, con le ali e le braccia". Un essere che "ogni tanto mi parlava, insisteva affinché uccidessi qualcuno. Mi istigava a prendermi ciò che volevo e a fare ciò che desideravo". Uccidere la povera Chiara, "ultimamente insopportabile", sputò fuori sprezzante ai militari; "aveva un debole per me e mi stava appiccicata". Il "forte impulso" di ammazzarla gli era comparso "già venerdì", ma la cosa saltò "dato che erano presenti mio cugino e un’altra ragazza. Ho fatto davvero fatica a trattenermi". L’idea terribile però gli resterà in testa, "l’ho promesso al demone, sperando che mi lasciasse stare un po’".

Poi ecco la confessione: "L’ho fatto ieri, domenica. Le avevo scritto alle 24 di sabato annunciandole che la sarei andata a trovare". L’incontro alle 10, la passeggiata verso l’Abbazia: "Arrivati nel punto, l’ho convinta di avere un regalo e di girarsi. L’ho colpita dietro al collo, poi con grande energia al petto, sempre con la punta del coltello, mentre le tappavo la bocca". Venti minuti di mattanza chiusi con i calci a Chiara esanime a terra. E’ l’ora della fuga. Il killer ruba il suo telefono, "l’ho frantumato contro le rocce, poi i pezzi gettati in acqua. Ho tenuto la cover, le colleziono". Una volta a casa "ho ripulito il coltello, l’ho rimesso in cucina, ho lavato le scarpe, erano molto sporche di sangue, prima che arrivasse mamma". Una ricostruzione lucidissima, come scriverà anche il consulente psichiatrico della Procura secondo cui il demone era una sua invenzione. E l’imputato pacificamente in grado di intendere e volere. Raccapricciante anche la chiusura dell’interrogatorio: "Mi rendo conto che può sembrare assurdo ciò che ho fatto, incredibile essere qua e aver ucciso una ragazza. Mi pare tutto irreale, come se non fossi stato io ad agire".

n.b.