Cocaina
Cocaina

Bologna, 13 novembre 2020 - Sgominato vasto giro di spaccio di cocaina nel Bolognese. Vanno dai 10 ai tre anni di reclusione, con multe fino a 24.000 euro per alcuni imputati, le pene inflitte ieri dal gup del Tribunale di Bologna Alberto Gamberini ai 13 componenti di un gruppo albanese (con sodali anche italiani) "stabilmente dedito al traffico di stupefacenti", con base a San Pietro in Casale nel bolognese. A sgominare il sodalizio è stata la Direzione distrettuale antimafia, che ne aveva accertato la presenza sul territorio già nel 2018. Le indagini allora avviate avevano permesso di identificare come figure centrali del gruppo, gli albanesi Henry Locka detto "Berti", ed il suo braccio destro Ramadan Mane, già noti al personale della Squadra Mobile perché coinvolti in un'altra operazione contro il narcotraffico.

Secondo gli investigatori sotto Locka, "indiscutibilmente al vertice del gruppo", c'era "un complesso di cittadini albanesi dimoranti in questa provincia, stabilmente incardinati con precisa suddivisione di compiti nella struttura organizzativa da lui predisposta", ma anche, una "estesa platea di altri connazionali (dimoranti anche in altre province) dediti alla compravendita di ingenti quantitativi di cocaina".

Quelli che scorrevano erano fiumi di droga: i quantitativi minimi commercializzati erano generalmente nell'ordine di un chilo di cocaina, fatta eccezione per le rivendite al dettaglio, comunque mai inferiori alle centinaia di grammi e portate a termine direttamente da alcuni degli associati. L'organizzazione era in grado di immettere sul mercato anche otto-10 chili di "polvere bianca" al mese, con profitti che venivano poi per la maggior parte veicolati in Albania, oppure impiegati per nuove forniture.

Lo stupefacente arrivava grazie alle stabili relazioni instaurate con circuiti criminali localizzati in Belgio (Paese in cui Locka aveva aperto a marzo un nuovo canale di approvvigionamento) e ai continui rapporti, qualificabili come una vera e propria "joint venture", con un gruppo criminale localizzabile al confine tra le province di Milano e Novara e facente capo alla figura di Besmir Boci (non condannato). L'associazione inoltre, sottolinea la Dda, "si dimostrava in possesso di elevate capacita' finanziarie ed organizzative e di una vera e propria 'flotta' di autovetture di valore (spesso ruotate tra loro anche nell'arco della stessa giornata per eludere i controlli)", alcune delle quali con vani doppiofondo per nascondere la droga.

In più, poteva contare su una "ramificata serie di riferimenti logistici" nel Bolognese.

Riguardo agli schemi operativi utilizzati per la gestione dell'attività illecita, le indagini hanno dimostrato come Locka ed i suoi collaboratori usavano pochissimo il telefono, al massimo per concordare incontri di persona. Ricorrevano poi ad utenze "dedicate" da utilizzare a circuito chiuso e a continue sostituzioni, a triangolazioni telefoniche, anche verso l'estero, finalizzate a "spezzare" la rete dei contatti e ad eludere eventuali intercettazioni.


Gli investigatori sono quindi ricorsi a "cimici" per le intercettazioni ambientali messe nelle auto degli indagati e a telecamere nel bar lavaggio e a casa dei vertici della banda.

La precisazione del legale: "Kozma Jovani non c'entra"