Barbara Dalla Via, 47 anni, bolognese, lavora a Chirurgia d’urgenza Sant’Orsola
Barbara Dalla Via, 47 anni, bolognese, lavora a Chirurgia d’urgenza Sant’Orsola

Bologna, 6 aprile 2020 - Dottoressa Barbara Dalla Via, in venti righe su Fb lei è riuscita a descrivere tutto il bello e il buono che può nascere da una realtà che appare solo brutta e cattiva...

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"Sono queste emozioni che ci spingono a continuare nel delirio di questa pandemia, ti fanno tornare a casa orgogliosa di aver dato qualcosa".
Ci spieghi, cos’è successo?
"Faccio il medico chirurgo da quasi vent’anni, ma in questo periodo sono in reparto Covid al Sant’Orsola, come un po’ tutti. L’altra mattina ho vissuto dei momenti che mi hanno spezzato il cuore, in senso buono".
Racconti...
"Vincenza, una signora anziana, colpita dal virus, ritrova suo marito, Matteo, anche lui malato: li abbiamo rimessi nella stessa camera da letto. Ma pensi che per una settimana nessuno dei due sapeva come stava l’altro, perchè lui era ricoverato in terapia intensiva da dove lei era uscita. Ecco, ho vissuto quell’incontro. Una tenerezza infinita".
Chissà che roba...
"Prima Vincenza e poi Matteo si sono messi a piangere mentre si guardavano; lui mi ha chiesto un gelato, anzi me l’ha scritto perchè nessuno dei due riesce a parlare. Glielo siamo andati a prendere: per lui, per lei, per tutti i nonnini del reparto".






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Nell’immaginario collettivo un medico chirurgo è freddo, non si commuove mai..
"Sì, sono un chirurgo entrato circa 3mila volte in camera operatoria e che adesso ordina gelati.... Ma mi creda, la sa una cosa? È stato bellissimo. Ringrazio Vincenza, Matteo e il loro amore così tenero e vero".
Eppure ne vedete tante in questo periodo...
"Guardi, il padiglione 5 del Sant’Orsola è diventato tutto Covid. Da dieci giorni anche il mio reparto di chirurgia d’urgenza. Arrivano pazienti usciti dalla terapia intensiva. Sto, ci stiamo inventando un nuovo mestiere".
Che sarebbe?
"Rendersi utilii come possiamo Per fortuna ci insegna molte cose un’anestesista. Siamo in prima linea, per forza e per dovere. Per forza perché non si può fare diversamente;, per dovere perchè siamo medici, ci tocca. E le esperienze che stiamo vivendo in questi giorni non ci fanno sentire inutili. Passiamo magari dei pomeriggi a telefonare ai parenti dei pazienti, informarli delle loro condizioni, purtroppo a volte comunicare un decesso. Ma è così. E mi viene un po’ da ridere se penso a cosa succedeva non più di due mesi fa..."
Cosa succedeva?
"Che magari mi lamentavo, ci lamentavamo, se arrivava una chiamata a casa alle tre di notte e si doveva correre in ospedale per un’appendicite, cosa che a un chirurgo capita di continuo. Ora sento la nostalgia della sala operatoria".
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