Lo psichiatra e scrittore Paolo Crepet, da sempre attento al mondo dell’adolescenza
Lo psichiatra e scrittore Paolo Crepet, da sempre attento al mondo dell’adolescenza
di Letizia Gamberini Definisce l’adolescenza come una sorta di zona grigia, cui viene prestata "meno attenzione". "Un buco nella coperta" nell’assistenza al disagio psicologico. Si concentra su questo – varcando i confini della tragedia di Ceretolo, con i suoi tanti contorni ancora da chiarire – lo pischiatra Paolo Crepet. "Non entro nel merito di una situazione già presa in carico da colleghi, che avranno fatto sicuramente il possibile – spiega –, ma quello che in genere manca, e non mi riferisco dunque solo a questo caso, è quello che tentai di fare anni fa con la...

di Letizia Gamberini

Definisce l’adolescenza come una sorta di zona grigia, cui viene prestata "meno attenzione". "Un buco nella coperta" nell’assistenza al disagio psicologico. Si concentra su questo – varcando i confini della tragedia di Ceretolo, con i suoi tanti contorni ancora da chiarire – lo pischiatra Paolo Crepet. "Non entro nel merito di una situazione già presa in carico da colleghi, che avranno fatto sicuramente il possibile – spiega –, ma quello che in genere manca, e non mi riferisco dunque solo a questo caso, è quello che tentai di fare anni fa con la Neuropsichiatria di Reggio Emilia: creare un ’centro crisi’ per l’adolescenza".

Ci spieghi.

"E’ evidente, adesso ancora di più dopo il Coronavirus, che c’è un’incidenza di crisi psicologica nell’adolescenza. Prima, la neuropsichiatria in qualche modo interviene ed esistono aiuti a livello scolastico, mentre per gli adulti ci sono servizi pubblici. Manca invece un centro crisi, che non è un day hospital, ma un luogo che aiuta la famiglia ad avere un break. Queste crisi, infatti, non nascono dal lunedì al martedì".

E come, invece?

"Di solito le situazioni vanno peggiorando, come i rapporti interni alla famiglia. I genitori spesso non sanno più cosa fare e a volte reagiscono male, quindi serve una pausa per far respirare la famiglia, creando una realtà per l’adolescente che gli permetta di continuare ad andare a scuola, tornando poi in una struttura protetta".

Perché gli adolescenti sono così in difficoltà?

"L’adolescenza è cambiata perché comincia prima: non più a 1516 anni, ma a 1314. E poi finisce dopo: non dobbiamo allungare all’infinito il tempo di formazione. Godere più a lungo delle libertà di questo periodo comporta rischi: non dico di uccidere i genitori, ma, ad esempio, di consumare cocaina o alcol, come tanti colleghi sanno. Io in passato proposi di dare la maggiore età a sedici anni: questo vuol dire responsabilizzare".

Quanto può influire sullo stato d’animo il fatto di stare così tanto chiusi in casa?

"In molti casi la pandemia ha peggiorato le cose: le cosiddette famiglie malfunzionanti non potevano che funzionare peggio. E’ barbarico quando vengono lasciate sole a gestire certe situazioni".

Della vicenda colpisce anche che, prima di uccidere i familiari, l’intento iniziale fosse quello del suicidio. Come si spiegano queste dinamiche?

"E’ un omicidio-suicidio, questo ragazzo sa di essersi rovinato la vita. Adesso spero che non si cada nel buonismo italiano di occuparsi dell’assassino e non della vittima. In tutti i casi come questo, vorrei evitare l’arrivo della cavalleria degli psichiatri con le consulenze al tribunale, fino al condono, a qualche anno di comunità. Questo ragazzo deve prendersi la responsabilità di avere ucciso una persona e di avere rovinato la vita di sua madre. Dobbiamo insegnare agli altri giovani cosa pensa una civiltà. Se no cosa siamo, la civiltà del condono?".