di Nicoletta Tempera Il Coronavirus è un problema sociale. Un’epidemia che, trascendendo il piano sanitario, sta violando ogni piega dell’essere, in particolare la dimensione affettiva, isolando, in nome della salute pubblica, i più fragili. Lo sta vivendo sulla sua pelle la signora Elisabetta Perulli, che da cinque mesi non riesce ad avere un contatto fisico con suo marito. Lui, Roberto Morotti, 67 anni, disabile, è costretto in una struttura dell’Asp. Troppo gravi le sue patologie per essere assistito a casa. Una situazione che, fino a...

di Nicoletta Tempera

Il Coronavirus è un problema sociale. Un’epidemia che, trascendendo il piano sanitario, sta violando ogni piega dell’essere, in particolare la dimensione affettiva, isolando, in nome della salute pubblica, i più fragili. Lo sta vivendo sulla sua pelle la signora Elisabetta Perulli, che da cinque mesi non riesce ad avere un contatto fisico con suo marito. Lui, Roberto Morotti, 67 anni, disabile, è costretto in una struttura dell’Asp. Troppo gravi le sue patologie per essere assistito a casa. Una situazione che, fino a marzo, ha comunque consentito alla coppia di vivere in simbiosi, con Elisabetta che, quando il marito è andato a stare nella struttura di via Bertocchi ha venduto la loro casa a Castel Maggiore e si è trasferita in città, per assisterlo ogni giorno. Una quotidianità difficile, ma sempre portata avanti con amore. Che adesso è stata forzatamente interrotta. "Da marzo – racconta la donna –, da quando è iniziato il lockdown, non ho potuto vedere mio marito per mesi. E adesso il nostro rapporto è diviso da una finestra. Io vengo ogni giorno a trovarlo, ma non posso stare con lui, stringerlo tra le braccia, parlare. Siamo separati da un vetro anche nella parentesi in cui sono consentite le visite. E questa non è vita".

Roberto, a causa di un problema neurologico, non parla. Ma comunica con la moglie e non ha problemi di deambulazione. Questo fa sì che si possa avvicinare alla finestra che dà sul giardino e, ogni giorno, parlare con lei, interagire, "persino fare i crociverba insieme", dice Elisabetta. "Ma lui è stanco, non ce la fa più a vivere come in prigione. L’altro giorno, esasperato, ha persino tentato di scappare da una porta antipanico. Per le persone ricoverate in queste strutture, questo isolamento emotivo sta facendo più danni del Covid. Perché forse qualcuno non lo vuol ricordare, ma di solitudine si muore". La richiesta di Elisabetta è semplice, quasi banale. Poter assistere quotidianamente suo marito, con tutte le precauzioni sanitarie del caso. Ma dal vivo. Una richiesta normale. Che diventa straordinaria in un momento complesso come questo.

"Si stanno lasciando indietro i più deboli", è il commento del deputato di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami, che ha preso a cuore la questione di Elisabetta e Roberto "e dei tanti altri - perché questo non è certo un caso isolato - che si trovano nella stessa condizione. Chiudere le strutture è la soluzione più facile: ma qual è l’impatto emotivo di una scelta del genere sui pazienti? La vicinanza delle famiglie ha valore terapeutico per i malati, perché rappresenta per loro uno stimolo continuo, un aiuto nel percorso di recupero. È necessario trovare un sistema, certamente in sicurezza, per tornare a garantirla".