Eros Palmirani, direttore del ristorante Diana
Eros Palmirani, direttore del ristorante Diana

Bologna, 11 maggio 2018 - "Fai una foto al carrello, che dicevano che sarebbe stato l’ultimo bollito". Eros Palmirani è orgoglioso di una vita tra quei tavoli, e ci mancherebbe. Tanto che scherza con il fotografo del Carlino, quegli spifferi sul possibile ritiro del celebre direttore del Diana sembrano barzellette, di fronte al piano di rivisitazione del ristorante. Lui c’è dal 1959, quando entrò con il ruolo di commis. «Io sono qui per merito del signor Ivo Galletti – spiega –, che nel 1985 mi ha permesso di cambiare giacca».

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Quindi rimarrà come direttore anche nel nuovo Diana?

«Certo, al fianco della famiglia Galletti».

Un Diana rivisitato. Cosa vuol dire per lei?

«Vuol dire non perdere a Bologna il nome del ristorante. Ce lo dicono i clienti, il Diana è come il Nettuno o le Due Torri».

Ma ha temuto che tutto potesse finire? Ci sono stati giorni di scoramento?

«Giorni? È un anno che ci stiamo dietro. C’è stato lo sfratto, e poi pensare di dovere andare via da questa posizione... non l’avrei concepito, sono 110 anni che il Diana è qua. Con una proprietà avevamo il contratto fino al 2020, ma quando l’ho chiamata per far combaciare le scadenze con l’altro contratto (che scade quest’anno, ndr) mi hanno comunicato che non avevano intenzione di rinnovare e che avremmo dovuto liberare i locali. A quel punto sono cominciati i pensieri, ma non ho mai pensato di lasciare».

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Siete comunque tranquilli sul potere sostenere i costi della nuova gestione?

«Il tempo ce lo dirà, se la gente invece di entrare su via Indipendenza entrerà su via Volturno».

Secondo lei la nuova entrata su via Volturno vi penalizzerà, la cosa vi spaventa?

«Assolutamente no, altrimenti non avremmo fatto questa scelta. Semmai ci avrebbe spaventato lo spostamento altrove».

C’è stato il rischio?

«Avevo visto altri posti, ma erano angusti con costi spropositati. Poi essere in centro è fondamentale»

Partirete con una campagna di comunicazione?

«In qualche modo siamo già partiti. Speriamo e crediamo che la clientela tornerà a trovarci come sempre, siamo rimasti qua».

Adesso la clientela del Diana come si compone?

«Tanti bolognesi, anche celebri, e ultimamente anche tanti fiorentini. Con le Fiere invece siamo sempre pieni di stranieri».

Infine il Comune, dovrebbe fare di più per tutelare le botteghe storiche?

«Nella mia attività in Ascom ho sempre lavorato per mettere un calmiere agli affitti dei locali storici. Ma non è colpa del Comune, dovrebbe muoversi qualcosa da più in alto. E ben venga l’applicazione del Decreto Unesco».

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