di Cesare Sughi "Abbiamo sempre creduto che la parola fosse un contenitore mentre è lei che genera il pensiero. Lo contiene. Abbiamo scambiato le parole per vocaboli inerti, indistinti, mentre esse vengono prima, sono all’origine, come nella Genesi, e costituiscono la nostra identità". Latinista di alta fama, rettore dell’Alma Mater dal 2009 al 2015, presidente del consorzio AlmaLaurea che lavora sulle prospettive professionali dei laureati italiani, presidente della Pontificia Accademia di Latinità e direttore del centro studi La permanenza del classico, Ivano Dionigi affronta un corpo a corpo con ciò che, secondo Aristotele, distingue l’uomo da tutti gli altri esseri viventi: parlare, comunicare, pensare. E lo fa con un libro che esce...

di Cesare Sughi

"Abbiamo sempre creduto che la parola fosse un contenitore mentre è lei che genera il pensiero. Lo contiene. Abbiamo scambiato le parole per vocaboli inerti, indistinti, mentre esse vengono prima, sono all’origine, come nella Genesi, e costituiscono la nostra identità".

Latinista di alta fama, rettore dell’Alma Mater dal 2009 al 2015, presidente del consorzio AlmaLaurea che lavora sulle prospettive professionali dei laureati italiani, presidente della Pontificia Accademia di Latinità e direttore del centro studi La permanenza del classico, Ivano Dionigi affronta un corpo a corpo con ciò che, secondo Aristotele, distingue l’uomo da tutti gli altri esseri viventi: parlare, comunicare, pensare. E lo fa con un libro che esce oggi, Parole che allungano la vita (Raffaello Cortina Editore) e che riunisce, con la prefazione del cardinale Gianfranco Ravasi, un’ottantina di testi apparsi da gennaio a marzo nella rubrica Tu quis es? tenuta sull’Avvenire. Un tema che Dionigi dissoda da sempre, scrutandolo attraverso le concezioni dei grandi autori greci e latini ("Noi veniamo da lì") e incrociandolo con gli scenari della condizione umana: già nel 1988 lo studioso pubblicava infatti un volume dal titolo Lucrezio. Le parole e le cose. La parola come canniocchiale puntato sulla vita, la morte, i valori, i desideri, le generazioni, i conflitti, le speranze, le illusioni e le delusioni.

Da dove nasce la crisi del linguaggio che lei denuncia in queste 110 pagine?

"Se è vero che la parola genera il pensiero e se la parola vive una fortissima fase di degrado significa, ricordando Lucrezio, che non abbiamo res novae da trasmettere. Sono queste ultime che possono far nascere verba nova, parole nuove. Il fatto è che la realtà ci sta scappando di mano, e non c’è niente di peggiore che vagheggiare una lingua universale, l’esperanto o l’inglese globish, o il latino. Sarebbe un crimine contro l’umanità. Ogni individuo, come ogni popolo, ha la sua lingua".

Perché questo titolo?

"Penso alla parola terapeutica di Seneca e a don Milani quando definisce la parola ‘la chiave fatata che apre ogni porta’. Abbiamo perduto la consapevolezza delle nostre origini. Per dire maestro diciamo influencer, e gli allievi sono diventati i followers. Usiamo solo verba obvia, banalità, slogan, che si incontrano per la strada. La giusta parola ci restituisce la nostra dimensione personaale".

Ma la parola può anche essere pericolosa. Lei scrive che oggi le guerre si proclamano più con le parole che con le armi...

" Il sofista Gorgia affermava che la vita è una battaglia di parole. E Cicerone distingue tra il linguaggio dei demagoghi e dei provocatori, che è diabolico, con quello degli eloquentes che aiutano il dialogo. Noi siamo grandi nello spazio grazie alle reti ma siamo nani e provinciali riguardo al tempo, che è divorato dallo spazio. Solo la parola dei libri racconta mentre il computer conta".

Dove sono finite le tre ‘i’, internet-impresa-inglese, che anni fa imperversavano come la soluzione perfetta?

"Sparite. Si confusero i mezzi con i fini. L’inglese o internet sono strumenti, non la sostanza. Il risultato è che pur disponendo di un massimo di mezzi di comunicazione capiamo sempre di meno".

Professor Dionigi, come può rinascere la parola?

"Intanto sarebbe bene non chiamare leader dei politici che usano solo 10 parole e per di più le sbagliano. Occorre partire dalla scuola, che resta l‘avamposto civile e culturale del Paese. Come affermava Calamandrei, la scuola è più importante del parlamento e della corte costituzionale. Servono professori lontani dal potere, che guidino i ragazzi a uscire dall’inganno. Che muovano le loro coscienze. Non ne possiamo più di coloro che ci sommergono di parole cadaveriche".