Medici del Pronto soccorso al lavoro
Medici del Pronto soccorso al lavoro

Bologna, 19 luglio 2019 - L’ultima aggressione risale solo all’altro ieri. Un’operatrice dell’Ausl di Bologna stava visitando una paziente, quando quest’ultima all’improvviso l’ha spinta, sbattendola a terra e contro un mobile, provocandole la frattura del settimo arco costale posteriore.
«Purtroppo non è un’eccezione, piuttosto è diventata la regola», allarga le braccia Marisa Faraca, presidente regionale di Cisl Medici: «In molti hanno già deciso di ‘autodimettersi’ e di passare al settore privato, perché lavorare in queste condizioni è troppo pericoloso». Il caso, infatti, è solo l’ultimo di una lunga serie. 

«Riceviamo segnalazioni di questo tipo a ritmo quasi quotidiano, anche se per fortuna non sempre si risolvono in danni fisici di questo tipo», sottolinea la Faraca che insieme a Lavinia Carmela, segretaria regionale della Fp-Cisl, ha inviato una nuova richiesta di incontro alla Regione. Motivo: «Le continue segnalazioni di aggressioni fisiche e verbali a danno dei ‘professionisti della salute’ che avvengono in tutte le strutture sanitarie della Regione, non solo ai Pronto Soccorso, sono gravi e del tutto intollerabili per un paese civile». Il confronto, spiegano le due sindacaliste, è fermo dal 16 novembre scorso quando tutte le sigle del comparto sanitario (Fp-Cgil, Cisl-Fo e Uil-Fpl) e quelle dei medici (Fp Cgil medici e dirigenti, Cisl Medici e Uil Fpl Medici) avevano incontrato l’amministrazione regionale per presentare le proprie proposte e discutere dell’aggiornamento della ‘raccomandazione per la prevenzione della violenza a danno degli operatori sanitari’.

Proprio quel documento, «nei mesi successivi sarebbe dovuto servire per fare il punto sullo ‘stato dell’arte’, riaprire il dibattito e adottare misure». Invece, sostengono i sindacati, non se n’è più saputo nulla. Tanto che neanche un mese fa, lo scorso 25 giugno, «come Cisl, insieme alle stesse sigle sindacali, abbiamo inviato un’ulteriore richiesta di confronto a Viale Aldo Moro». 

Un ulteriore rinvio, però, non sarebbe più accettabile: «Vogliamo ancora una volta ribadire che aggredire chi tutela e si prende cura della nostra salute non significa solo arrecare un danno al singolo, ma all’intera collettività», sottolineano la Faraca e la Carmela, ricordando che questo problema «comporta un aggravio dei carichi di lavoro sia per i colleghi sia per l’intera struttura sanitaria, visto che la stragrande maggioranza delle volte la persona aggredita sarà costretta a passare un periodo di convalescenza a casa o, peggio, in ospedale».