NICOLETTA TEMPERA
Cronaca

Ecuador nel caos, il racconto : "Sparatorie e bombe in strada. Cefa ha bloccato le attività"

Andrea Cianferoni, responsabile a Quito della ong bolognese: "La situazione è molto tesa. Il conflitto era nell’aria, da tempo la crisi ostacola il Paese e i criminali hanno il controllo".

Ecuador nel caos, il racconto : "Sparatorie e bombe in strada. Cefa ha bloccato le attività"

Ecuador nel caos, il racconto : "Sparatorie e bombe in strada. Cefa ha bloccato le attività"

La notte non si esce a Quito. Nelle strade si spara ed esplodono le bombe. In Ecuador da martedì è stato dichiarato lo stato di conflitto interno, dopo l’escalation di violenze compiute dalle maras a seguito dell’evasione del più feroce narcos del paese, Adolfo Macias detto Fito. "La situazione è pesante. Abbiamo interrotto le attività nei campi interessati dai progetti di sviluppo rurale e aspettiamo di capire cosa succederà", racconta Andrea Cianferoni, fiorentino, responsabile per Cefa - Il seme della solidarietà delle attività portate avanti dalla ong bolognese nel Paese sudamericano. Cianferoni vive dal 2005 in Ecuador, dove si è fatto una famiglia, e dal 2017 lavora per Cefa, "con progetti concentrati in particolare nella zona dell’Amazzonia, al confine con la Colombia", spiega.

Cianferoni, adesso è tutto bloccato.

"Quello che è successo martedì era nell’aria già da tempo. Il Paese sta attraversando da anni una crisi istituzionale e politica e le bande criminali hanno il controllo vero dell’Ecuador. Noi adesso abbiamo bloccato le nostre attività, anche se le zone in cui cooperiamo sono più tranquille rispetto al resto del paese".

Ci sono altri italiani con lei?

"Per Cefa sono l’unico italiano in Ecuador, ma a Quito la comunità italiana è composta da un centinaio di persone, è numerosa".

Come state affrontando queste giornate?

"La situazione è molto tesa, la notte c’è il coprifuoco, dalle 23 alle 5. Negli scorsi giorni ci sono state sparatorie in centro, saccheggi ai mercati. È stata messa anche una bomba. Oggi (ieri, ndr) sono stati ripristinati alcuni servizi a Quito. I dipendenti degli uffici, anche amministrativi e delle istituzioni, lavorano da casa. Ma il problema è difficile da risolvere, perché affonda in carenze profonde. Nella mancanza dello Stato, che si è disgregato negli ultimi cinque o sei anni. E le bande di narcotrafficanti ne hanno approfittato, ampliando anche il loro campo d’azione".

Come?

"Non si dedicano più solo al traffico di cocaina, adesso hanno diversificato le loro attività, ad esempio con le estorsioni sistematiche ai danni delle attività di qualsiasi livello. In alcune zone, come la provincia di Esmeraldas, dove noi come Cefa non abbiamo progetti, ma collaboriamo con alcune realtà locali, le organizzazioni non governative se ne stanno andando, perché è impossibile continuare a lavorare: non è garantita la sicurezza. Qui molti sperano che il Governo si muova come accaduto in Salvador".

Con una militarizzazione dello Stato?

"Le persone in questi giorni sono contente di vedere i militari per strada, anche se non so quanto possano essere preparati per dare una risposta di sicurezza vera al Paese. Anche perché alcuni apparati del Paese sono collusi con queste bande: non al livello di organizzare un colpo di Stato, ma quello che sta succedendo nelle carceri dimostra la debolezza del Governo, la capacità penetrativa della criminalità tra le maglie delle istituzioni. Il problema però è anche profondamente culturale".

Cosa intende?

"Qui manca tutto. Mancano i diritti, manca l’istruzione. I ragazzi hanno come modello solo i membri delle bande criminali. Sanno che attraverso la criminalità possono realizzarsi, fare soldi facili. Non c’è un’alternativa. E questo distrugge dall’interno il Paese".