Gino Stefanelli è morto all’età di 88 anni
Gino Stefanelli è morto all’età di 88 anni

Bologna, 6 luglio 2019 - Ci sono terreni, fabbricati, ville, società, beni mobili e molto altro ancora. Un’eredità milionaria (per alcuni varrebbe settanta milioni, per altri poco più della metà) che, da testamento, si dovrebbero dividere l’Opera Padre Marella, i frati predicatori che abitano il convento del Centro San Domenico e l’Ant. Già, dovrebbero. Perché – e qui il colpo di scena – ora un doppio accertamento del Dna potrebbe cambiare le carte in tavola e far virare quell’immenso tesoro verso le due figlie (o presunte tali) del benefattore. Ovvero Gino Stefanelli, imprenditore bolognese nato il 30 settembre 1928 e scomparso tre anni fa. Ed è l’avvocato Lorenzo Casanova, attraverso un atto di citazione di otto pagine depositato l’1 luglio, ora a chiedere che il suo corpo venga riesumato per estrarne campioni biologici da comparare con quelli delle sue assistite. Sorelle, che rivendicherebbero l’intera eredità. Ma serve un po’ di ordine.

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TESTAMENTO. Il 3 ottobre 2016 l’imprenditore Gino Stefanelli, senza lasciare figli superstiti e libero da vincoli matrimoniali, muore. Prima di quel giorno, però, lascia le sue ultime volontà impresse in due testamenti olografi: il 14 settembre 2013 – in calce modificato in data 28 ottobre 2015 – e il 25 aprile 2016, con pubblicazione nello studio del notaio Giacomo Zerbini martedì 18 ottobre 2016. Tre gli eredi: la Provincia San Domenico in Italia, con sede legale a Milano, la Fondazione Ant Italia onlus di Bologna e la Fraternità cristiana Opera di Padre Marella ‘Città dei ragazzi’ con sede a San Lazzaro. Dopo la nomina del curatore, e le mille procedure burocratiche da rispettare, ottenuto l’accettazione dei tre eredi, il 23 ottobre 2017 si conclude l’intero iter. Tutto finito, insomma? Nemmeno per sogno.

«CARE FIGLIE». Ma ecco apparire sulla scena le due presunte figlie di Stefanelli convinte, fino al decesso dell’imprenditore, che il loro papà naturale fosse un altro. A fare scricchiolare le loro certezze prima sarà una lettera, scritta di pugno dalla madre, che le mette al corrente dell’amara verità. Ovvero, che entrambe sono nate da una relazione con un altro uomo. Poi, il 4 febbraio 2019, con sentenza già passata in giudicato, e con l’ultima parola data dalla prova del Dna, è il tribunale a non lasciare più dubbi, dichiarando che «il padre biologico non è ...». Ordinando, infine, al Comune di procedere alla «consequenziale annotazione nei rispettivi atti di nascita» e al disconoscimento dello stato di paternità. Gli ultimi pezzi del puzzle, li inserirà nuovamente la madre, sputando fuori altre parti del suo passato. A partire dalla sua assunzione, all’inizio degli anni Settanta, nella ditta Francesco Colombo, il cui proprietario e amministratore unico altro non era che Gino Stefanelli.

VERITÀ. Due mesi scarsi alle sue dipendenze, poi la decisione di dimettersi «causata dall’intenso corteggiamento che sin da subito – si legge dagli atti – Stefanelli avanzò nei confronti della lavoratrice». Nonostante le dimissioni, «lui però continuò a cercarla», fino alla nascita di «un’amicizia che presto sfociò in un rapporto d’amore» che trovò terreno facile anche nella pesante crisi coniugale che porterà, qualche tempo dopo, la donna a divorziare. Il rapporto tra Stefanelli e la signora andò avanti «quasi vent’anni» ed è proprio in questo periodo che lei diede alla luce le due figlie. Alle quali, però, «nate in costanza di matrimonio», venne attribuito il cognome del marito.

«RIESUMARE». Si arriva al 2016 quando Stefanelli – la relazione con lei intanto era già finita – muore e la donna decide con coraggio di uscire allo scoperto e di raccontare tutta la verità alle figlie. Il resto è storia recentissima con l’atto depositato a Palazzo di giustizia lunedì e notificato il giorno successivo a tutte le parti. E attraverso l’avvocato Casanova, oggi le due sorelle chiedono al tribunale nel merito di «accertare e dichiarare che Gino Stefanelli è loro padre»; e per farlo, dopo la nomina di un Ctu, servirà la riesumazione del corpo dell’imprenditore seppellito nel cimitero di San Lazzaro (nel caso ciò non fosse più possibile, attraverso il prelievo di Dna della sorella del defunto). A dicembre l’udienza in tribunale che potrebbe riscrivere tutta un’altra storia.