L’imprenditore Michelangelo Manini
L’imprenditore Michelangelo Manini

Bologna, 25 ottobre 2017 - La procura, nel gennaio del 2015, ha chiesto i tabulati telefonici di due cronisti, Gilberto Dondi de il Resto del Carlino e Gianluca Rotondi del Corriere di Bologna. I motivi non sono chiari e il poliziotto che ha svolto le indagini, in aula durante la pubblica udienza di un processo, interrogato sul fatto e sui perché di questo atto, ha risposto così: «Non ricordo». Lo ha fatto nell’ambito di un procedimento aperto nel 2014 con l’accusa di accesso abusivo al sistema informatico telematico dei carabinieri cui si è poi aggiunta l’ipotesi di avere cercato di distruggere file dell’inchiesta Faac. Per i fatti un militare, Gaetano Vitale, ieri è stato condannato.

E’ una costola del caso della maxi eredità lasciata alla Chiesa dall’imprenditore Michelangelo Manini: a questa clamorosa decisione seguirono guerre fra i parenti, testamenti falsi e testamenti legittimi, intrusioni negli studi delle persone coinvolte e intrighi vaticani.

La richiesta della Procura porta la firma dell’aggiunto Valter Giovannini ed è datata 23 gennaio 2015, ma Dondi, cronista giudiziario del Carlino, e Rotondi non conoscono o hanno mai parlato direttamente con il luogotenente di San Lazzaro Vitale. I cronisti e il carabiniere non hanno avuto contatti eppure, seguendo il processo pubblico che si è concluso ieri, ecco arrivare la sorpresa, sollevata dall’avvocato dell’imputato. Fra le carte del fascicolo c’è la richiesta dei «dati di traffico in entrata e in uscita» dalle utenze telefoniche di Dondi e Rotondi «considerato che ricorre la necessità per il prosieguo delle indagini in corso». Tabulati e intercettazioni sono strumenti giudiziari legittimi, ma nemmeno il processo è riuscito a motivare la vicenda: agli atti, dopo quella delega, non c’è nulla. Non si capisce dunque l’esito di quell’accertamento che evidentemente non ha portato a molto, visto che, fino a ieri, era tutto sepolto.