Philippe Daverio, noto scrittore e critico d’arte (Ansa)
Philippe Daverio, noto scrittore e critico d’arte (Ansa)

Bologna, 2 gennaio 2017 - «Beh, l’anno comincia bene...». Philippe Daverio – scrittore e critico d’arte – ascolta stupefatto la storia della foto del Nettuno censurata da Facebook perché ritenuta «sessualmente esplicita».

E, a sottolineare l’assurdità della vicenda, ricorda la storia del Gigante: «La cosa interessante – afferma Daverio – è che la statua del Giambologna fu commissionata dal legato pontificio Pier Donato Cesi quasi cinquecento anni fa», negli anni 1563-64. Insomma, «è lì, in bella mostra, da un po’ di secoli».

La fontana con la statua in bronzo del dio del mare «viene cioè realizzata in piena Controriforma». In un’epoca «in cui, in Italia – spiega ancora Daverio – vigeva il massimo bacchettonismo».

Quasi cinquecento anni dopo, la censura del social network – con quel richiamo al «corpo mostrato eccessivamente» (sic) – «fa andare Facebook addirittura oltre i bacchettoni della Controriforma».

Daverio allarga il discorso. E ricorda il caso – che rimbalzò fra i media di tutto il mondo – delle statue dei Musei Capitolini di Roma, raffiguranti corpi nudi, coperte nel gennaio scorso durante la visita del presidente iraniano Hassan Rouhan. «Mi pare – avverte il critico d’arte – che stiamo cedendo, globalmente, a una sorta di ricatto etico che è corrispondente alla rinuncia della nostra civiltà. Una cosa non marginale». La rete, sostiene Daverio, «è il luogo della repressione del futuro». Dove si mettono «nello stesso sacco il Nettuno del Giambologna e la pedofilia». Il rimedio? «Evitare Facebook».

Solo pochi mesi fa, in ottobre, Facebook finì nell’occhio del ciclone per avere censurato e rimosso la foto di una modella paraplegica, in carrozzina, durante una sfilata di moda, perché ritenuta troppo sexy.