Antonino Masetti con il figlio Francesco
Antonino Masetti con il figlio Francesco

Bologna, 1 dicembre 2018- Una «scusabilissima, incolpevole ingenuità». Quella di poter aver in qualche modo aiutato – fosse vera l’ipotesi di omicidio – Francesco Masetti ad avvelenare il padre Antonino, uccidendolo. A definirla così è l’avvocato Guido Magnisi, difensore dell’infermiere 57enne indagato per il tentato omicidio e omicidio del 70enne di Zola Predosa, e di peculato. Nei prossimi giorni verrà eseguita una perizia informatica sul telefono e i dispositivi sequestrati dai carabinieri martedì a casa del professionista, in forze al pronto soccorso di un ospedale della provincia, ma in questi giorni non in servizio (è in ferie). Dall’Ausl fanno sapere di stare acquisendo tutte le informazioni prima di prendere un provevdimento.

«Anche se spesso si tratta di una mera formula di stile, l’iscrizione è veramente un atto dovuto, al quale il requirente non poteva sottrarsi – sostiene Magnisi –. Abbiamo la certezza che si riuscirà a dimostrare l’assoluta estraneità del mio assistito, se mai si fosse in presenza di un omicidio, cosa d’altronde ancora tutta da verificare in sede medico legale».

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L’infermiere ha già chiesto di poter essere sentito al più presto dal pm Antonello Gustapane che indaga sulla morte del pensionato, avvenuta il 4 novembre a seguito dell’esposto di una nipote. E nell’interrogatorio l’infermiere chiarà la sua posizione, «figlia solo di una scusabilissima, incolpevole ingenuità, che proveremo anche documentalmente». La pista seguita dagli inquirenti, infatti, è che l’infermiere possa aver fornito farmaci ospedalieri a Masetti, sebbene non siano stati rinvenuti nelle abitazioni perquisite. E che quei farmaci possano essere stati usati sul 70enne, causandone prima il ricovero a settembre, poi la morte a novembre. Magnisi, però, paragona il caso Masetti a quello di Jean Claude Romand, che «per 17 anni ha mentito a tutto il mondo, e a se stesso, fingendosi medico, in particolare sapientemente ingannando, ancora più degli stessi familiari, proprio gli “addetti ai lavori”». Come l’infermiere che, fino all’espolosione del caso sulla stampa, credeva l’amico realmente laureato in Medicina e tirocinante al Sant’Orsola.

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Proprio al policlinico, Francesco Masetti avrebbe trascorso in passato lunghi periodi, seguendo i corsi universitari come tutti gli altri studenti pur non essendo iscritto a Medicina. Tanto da prendere a noleggio, di giorno in giorno, un camice da medico come gli altri studenti, fino a quando non è stato introdotto l’obbligo di esibire un’autorizzazione che non poteva avere. Un castello di bugie, quello costruito negli anni dal 38enne, crollato nelle ultime settimane, ma che gli ha consentito di mantenere legami forti nell’ambiente sanitario, come le sue frequentazioni confermano. Oltre all’infermiere, c’era anche un medico del Sant’Orsola a cui faceva spesso visita in ospedale e che lo riteneva realmente un collega.