Francesco Guccini e Dodo Veroli in una foto d’epoca
Francesco Guccini e Dodo Veroli in una foto d’epoca

Bologna, 29 gennaio 2021 - Quando Francesco Guccini ci risponde al telefono fisso della sua casa tra le colline di Pavana ("Aspetti che vado ad abbassare un attimo la tv", esordisce), basta pronunciargli il nome di Odoardo Veroli, per tutti Dodo, per ricevere la sua attenzione. Modenese doc e scopritore di innumerevoli talenti, Dodo Veroli è scomparso pochi giorni fa all’età di 78 anni. Ideatore di brani storici dei Nomadi come Noi non ci saremo e Dio è morto, Veroli è stato uno degli artefici della Modena Beat degli anni ’60, celebre produttore di studio, nonché scopritore proprio del giovane Guccini.

La prima cosa che le viene in mente pensando a Veroli?
"Provo un grande dolore. Devo tantissimo a Dodo: se non ci fosse stato lui non avrei mai iniziato la mia carriera".

Siamo tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio dei ‘60.
"Prima delle avventure musicali e del giro di artisti (come l’Equipe 84 e Bonvi che bazzicavano il Bar Grande Italia a Modena), insieme a Dodo facevamo parte della compagnia di ragazzotti un po’ strani che stazionavano in alcune strade della città. Avevamo più o meno 17 anni e ascoltavamo un sacco di musica tutto il giorno, soprattutto il rock’n’roll. Ci vedevamo al parco e frequentavamo amici come Franco Fini Storchi, che con la chitarra sapeva fare a memoria l’assolo di Be-Bop-A-Lula di Gene Vincent. Con Dodo avevamo formato anche un gruppetto musicale di scapestrati in cui io suonavo un tamburello rubato a mio fratello. Lo sa che Veroli è stato il primo e l’unico con cui ho fatto a cazzotti? Meno male intervenne sua nonna che ci divise…".

Da dove nasceva il talento di Dodo?
"Credo che la sua capacità nascesse dalla passione per qualsiasi tipo di genere musicale, compreso il jazz. Divorando brani trasversali, era riuscito ad affinare una grande capacità di interpretare i gusti del pubblico".

Poi c’è stata la sua esplosione come produttore.
"Sì, negli anni ‘60 Veroli incontra Corrado Bacchelli, storico produttore e arrangiatore dei Nomadi. È tramite lui che riesce a fare cantare al gruppo di Beppe Carletti le loro canzoni più famose come Noi non ci saremo e Dio è morto scritta da me, precedentemente scartata dall’Equipe 84 che dopo Auschwitz pensavano fossi finito. Fu Veroli a convincere i Nomadi ad ascoltare Dio è morto insieme ad altre mie canzoni. Ne rimasero colpiti: i brani che non furono cantati dal gruppo, li usai poi per realizzare il mio primo album Folk Beat n.1 pubblicato nel ‘67 e prodotto dallo stesso Veroli".

Come è proseguita la vostra amicizia?
"Io mi sono poi trasferito a Bologna e ci siamo persi di vista".