Bologna, 13 aprile 2021 - "I bombardamenti in Serbia mi hanno traumatizzato, ma mi hanno anche reso più forte. Se avevo l’ansia, il giorno in cui sparai agli agenti e a Iranzo? No, l’ansia è la malattia dei deboli".

Igor il russo, che sarebbe poi il serbo Norbert Feher, è spavaldo, come sempre. Serio, sguardo fiero dietro alla mascherina nera e fisico palestrato, non vacilla di fronte alle domande dell’accusa.

Rinchiuso nella cella di vetro blindata nell’aula del tribunale di Teruel in cui già fu condannato a 21 anni per due tentati omicidi, racconta la sua versione su quello che accadde a dicembre 2017 a Teruel, in Aragona, quando uccise a colpi di pistola due agenti della Guardia Civil, Vìctor Romero e Vìctor Caballero, e l’allevatore José Luis Iranzo che li accompagnava.
 

"Ho sparato diciassette volte. Avevo una pistola in una mano e l’altra nell’altra, ho sparato all’impazzata come se avessi una mitragliatrice. Ma non volevo uccidere, o avrei mirato alla testa. Ho visto gli agenti della Guardia Civil e anche se era buio ho capito che erano armati e stavano caricando le pistole. A Iranzo invece ho sparato senza un perché, senza logica".

Anche se lui, ci tiene a sottolineare, usa "le armi come ultima spiaggia, non mi interessano i conflitti, ma se mi vedo in difficoltà...". Parole, queste pronunciate da Feher, 40 anni, durante la prima udienza per i tre omicidi spagnoli, che ricordano certo da vicino quelle che riferì durante il processo in Italia, quando fu condannato all’ergastolo (confermato in appello).

Quando cioè disse che sparò a Davide Fabbri, il barista della Riccardina di Budrio freddato nel suo bar il 1° aprile 2017, "soltanto per autodifesa", e che avendo pensato che Marco Ravaglia e Valerio Verri fossero entrambi poliziotti, aveva "deciso di sdraiarli", di ucciderli. La guardia volontaria ferrarese Verri, come è noto, morì, l’agente provinciale Ravaglia rimase gravemente ferito.

All’avvocato di parte civile che glielo chiede, risponde di avere agito così anche per "recuperare la sua Bibbia", che per lui "rappresenta la salvezza dell’anima, di cui il corpo è solo un contenitore".

Allo stesso modo, anche in Spagna come in Italia Igor non "tradisce" gli amici: non rivela da chi stava andando, nonostante ammetta di essersi trovato a Teruel di passaggio, "in attesa di un’altra persona, diretto a Valencia dove avevo amici".

E così, dopo la follia di domenica, quando ha ferito prendendoli a piastrellate cinque agenti che erano andati a prelevarlo dalla sua cella in carcere a Duenas per trasferirlo appunto in quello di massima sicurezza a Zuera (Saragozza) in vista del processo di ieri, lo ’show’ di Feher continua.

Quattro le parti civili – i familiari delle vittime e due associazioni –, mentre la Procura spagnola ha già chiesto la condanna alla massima pena prevista dal codice penale del Paese iberico, dove l’ergastolo non esiste ma è prevista una pena soggetta a revisione dopo 25 o 35 anni di carcere, a seconda della condanna. Secondo la pm spagnola che si occupa del caso, infatti, Feher agì "a sangue freddo".

D’altro canto, il difensore del serbo, l’avvocato Juan Manuel Martín, ha riferito che il suo assistito soffrirebbe di una "nevrosi da guerra" (traducibile con disturbo post traumatico da stress) che lo renderebbe "incapace di ragionare" e farebbe sì che questi reagisca con violenza a "qualsiasi stimolo che recepisce come un attacco".

L’avvocato inoltre attacca "i rilievi sul luogo degli omicidi, eseguiti solo due giorni dopo, quando potevano essere già cambiate molte cose".