Igor-Norbert
Igor-Norbert

Bologna, 7 maggio 2017 - Dalle foto dell’album di nozze spunta anche lui. Giacca e cravatta, pizzetto biondo. La faccia è quella di Igor-Norbert (FOTO). Foto di famiglia, con colui che di lì a poco sarà il killer oggi più ricercato d’Italia. Luglio 2015, a Vigarano Mainarda – alto Ferrarese – va in scena un matrimonio particolare. Il luogo della festa è una discoteca, il mitico Kontiki. Gli sposi appartengono a una famiglia rom, da tempo stabilizzata tra Berra e Serravalle, alle porte del Delta del Po. Nell’album della festa spunta il volto dell’uomo che due anni dopo fredderà il barista di Budrio Davide Fabbri e la guardia volontaria di Portomaggiore Valerio Verri. Lui è Norbert Feher, alias Igor Vaclavic detto il russo. C’è anche lui tra i divanetti e il balcone del bar.

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Nella discoteca, che sembra un set per metà del film ‘Il tempo delle mele’ e per l’altra metà di una pellicola di Kustirica, si aggira l’uomo da poco uscito di galera dopo aver scontato cinque anni per alcune rapine commesse sempre nel Farrarese. Un uomo ‘quasi’ in ordine con i conti della legge. Perché se è vero che la pena è stata scontata e decurtata di sei mesi per buona condotta, in tasca ha pur sempre quel foglietto che si chiama decreto di espulsione. La Russia non lo riconosce come suo cittadino, infatti dopo il duplice omicidio dell’aprile scorso risulterà serbo. Lui ha sette giorni per levare le tende. I gestori del locale non hanno la lista degli ospiti, non possono sapere nulla, anche perché l’irresistibile ascesa del killer di Subotica, il paese natale di Norbert al confine fra la Serbia e l’Ungheria, deve ancora iniziare.

È metà luglio, si diceva. Norbert dovrebbe ‘sloggiare’ dall’Italia, invece accetta l’invito degli amici di Serravalle e si presenta, elegante e forgiato dalla mitologia del crimine che lo vuole scolpito a forza di flessioni, in discoteca. Sull’altare una figlia dell’etnia rom circondata dai veli, dai colori e dai riti del suo popolo. Tra gli invitati l’uomo che di lì a pochi giorni scatenerà l’inferno in tutta la provincia di Ferrara. Il 26 luglio 2015 Alessandro Colombani è rapinato, aggredito e malmenato nel cortile di casa sua, a Villanova di Denore. Succede di notte, il suo volto è una maschera di lividi e davanti agli investigatori riconoscerà il suo aggressore nell’identikit di Norbert.

Di settimana in settimana la banda di Feher e di Ivan Pajdek – quest’ultimo oggi in carcere per l’omicidio del pensionato di Aguscello, Pierluigi Tartari, lasciato poi morire in un casolare abbandonato – assesta un colpo. Il calendario dice 30 luglio, stesso anno. A Mesola, vittima un’anziana allora 93enne. Emma Santi viene rapinata in casa, di notte, e imbavagliata e legata a letto con ai polsi fascette elettriche (la stessa tecnica usata per Tartari), per quasi due giorni prima di essere soccorsa dal figlio.

Arriva il 5 agosto, Coronella, la banda fa irruzione in una casa isolata dove vivono Cristina e Giulio Bertelli, figlia e padre, lui invalido e 86enne, in ostaggio per cinque ore, legati e terrorizzati. Dopo la festa di nozze – con foto e video per gli amici – Norbert Feher affila le sue armi e dichiara guerra al territorio. Non potevano immaginare nulla i gestori della discoteca: “Gli invitati non diedero nessun problema”, dicono oggi, a distanza di due danni dalla festa. I problemi arrivarono dopo.

Igor dal doppio volto e dalla doppia vita. Conosciuto e apprezzato a Consandolo e Portomaggiore, dove frequentava gli amici al bar, temuto in tutto il territorio dove, ovviamente prima di essere scoperto, scorrazzava con la sua banda. “Veniva spesso qui – dice Stefano Gavini, in un bar di Ospital Monacale – Prendeva sempre un paio di cose e lo si faceva passare. Gentile? Garbato, con tutti. Solo dopo abbiamo capito chi era quell’uomo. Andava spesso in questa pasticceria a Portomaggiore per un cabaret di dolci e per fare domande”. Un uomo gentile, di giorno. Di sera svestiva la cravatta e indossava i panni del terrore: “Furono anni pesanti per il territorio – si sfoga Gavini –. Avevamo paura, la sera ci si barricava in casa come adesso. Fu una liberazione quando venimmo a sapere che era stato catturato. Si faceva chiamare Igor, Igor il russo”.