Bologna, infermiera aggredita al Maggiore (foto d'archivio Frascatore)
Bologna, infermiera aggredita al Maggiore (foto d'archivio Frascatore)

Bologna, 22 ottobre 2019 - Si trovava al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore in uno stato di forte agitazione, in attesa di essere sedato dai sanitari, l’altro pomeriggio. Ma quando un’infermiera gli si è avvicinata per calmarlo, lui, un ragazzino di 17 anni con problemi psichici, acccompagnato dalla madre, le ha dato due forti testate

Subito, la donna ha telefonato alla polizia, che è intervenuta in pochi minuti; ma nel frattempo anche la madre del minorenne ha contattato gli agenti, sostenendo che la prima a colpire sarebbe stata la stessa infermiera, che avrebbe tirato un pugno al paziente. Alla fine, la situazione si è appianata anche grazie alla mediazione degli agenti, ed entrambe le donne hanno deciso di non procedere  con alcuna denuncia.

Lo scorso anno l’Ausl di Bologna ha registrato 175 casi di violenza verbale e 35 situazioni di violenza fisica a danno di operatori sanitari, numero in leggera flessione rispetto al 2017, quando si era registrato il picco del quinquennio 2014-2018 (rispettivamente 200 e 80). Numeri forniti da Daniele Tovoli, responsabile del servizio di prevenzione e protezione aziendale dell’Ausl, in occasione di un convegno sulla prevenzione organizzata da Sie, società italiana di ergonomia.

«Le aggressioni sono più frequenti nell’area Salute mentale e rappresentano i due terzi del totale», precisa Tovoli. Al 31 agosto 2019, le aggressioni fisiche registrate dall’Ausl sono state 36: «Quelle denunciate come infortuni, ovviamente, sono in numero minore. A livello regionale sono il 2% degli infortuni totali accaduti nello stesso periodo nelle aziende sanitarie: un numero piccolo, ma che ha un enorme impatto».

Snocciolando i dati, si nota come sia quella degli infermieri la categoria più a rischio quando si parla di aggressioni fisiche: a loro carico è il 60% dei casi. A seguire quelle ai danni di oss (21%) e medici (5%). Le percentuali si mantengono invariate nelle aggressioni verbali: una su due è diretta a un infermiere. Dietro, gli operatori dei front office e dei Cup (16%), oss (12%), medici (10%). «La maggior parte delle aggressioni fisiche registrate in aree non afferenti alla salute mentale e alle dipendenze patologiche, arrivano da soggetti sotto effetto di sostanze e psichiatrici sociali – continua Tovoli – Serve un’adeguata coniugazione tra le necessità clinico-assistenziali e la protezione degli operatori senza creare barriere. Va potenziata la resilienza degli operatori e la loro capacità di comunicazione e interazione con l’utenza».

A fronte di una domanda crescente, l’Ausl ha messo in atto alcune strategie per prevenire le aggressioni: un programma per la prevenzione, un gruppo di lavoro aziendale, un sistema unificato di segnalazione regionale, formazione specifica. Poi sono stati installati pulsanti di allarme in alcuni SerT, regolamentati gli accessi ai servizi e ai reparti mediante l’uso di sistemi tecnologici negli ospedali e in altre strutture più a rischio. Infine videosorveglianza, nuova illuminazione, un censimento dei sistemi di protezione attiva e passiva in tutti i punti di Continuità assistenziale e un supporto psicologico agli operatori.

«Nel l a Rems – aggiunge ancora – è stato eliminato tutto ciò che fosse in grado di ferire o contundere, i vetri sono di sicurezza, gli arredi di materiale leggero, sono state eliminate le posate di metallo. Un’altra misura che ha dato ottimi risultati è il percorso sperimentale di accoglienza con studenti universitari nelle sale d’attesa».

Un commento è arrivato anche da Alessandra De Palma, direttrice responsabile di Medicina legale e gestione integrata del rischio del Policlinico Sant’Orsola : «Il nostro ospedale è fatto a padiglioni, si estende su una superficie di 380.000 metri quadrati, abbiamo quattro pronto soccorso. Uno dei problemi più evidenti era quello delle consulenze notturne, a cui abbiamo ovviato con personale e macchine elettriche. Non serve maggiore polizia negli ospedali, ma una maggiore collaborazione istituzionale».