Bologna, 25 novembre 2020 - Il capo e il suo braccio destro, ufficialmente nullatenenti e con reddito di cittadinanza, tenevano le fila dell’organizzazione; gli infiltrati del centro di smistamento delle Poste rubavano le buste con i nuovi bancomat (VIDEO); la telefonista contattava i destinatari delle carte e, con l’inganno, riusciva a farsi dare il pin; i corrieri attivavano, nelle città di residenza dei derubati, i bancomat, sottraendo quanto più riuscivano.

In questo modo l’organizzazione, decapitata ieri dai carabinieri della Bologna centro, che hanno eseguito diverse misure cautelari in carcere, in pochi mesi, era riuscita a sottrarre 400mila euro a circa 90 vittime tra Emilia Romagna, Veneto, Trentino Alto Adige, Lombardia, Piemonte, Campania e Lazio. 

Nella trappola dei malviventi erano finiti anche il parroco di un comune del bolognese e uno dei componenti dello Stato Sociale. Ora gli arrestati rispondono di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio, alla truffa, al possesso e alla fabbricazione di documenti di identificazione falsi, nonché misure patrimoniali, come conseguenza dei reati di riciclaggio e indebito utilizzo e falsificazione di carte di credito e di pagamento.

L’indagine dei militari dell’Arma è iniziata a marzo 2019, quando un anziano si è rivolto alla stazione San Ruffillo per denunciare dei prelievi avvenuti sul suo conto corrente, “alleggerito” di 6.500 euro. In particolare, la vittima aveva riferito che la sera precedente al prelievo, una donna, qualificandosi per una dipendente della sua banca, lo aveva chiamato telefonicamente per informarlo che si erano verificati dei problemi di spedizione della nuova tessera bancomat che l’anziano aspettava di ricevere.

Durante la conversazione telefonica, la donna induceva la vittima, attraverso varie scuse, a digitare sulla tastiera del telefonino il pin della nuova carta, considerato che il numero segreto gli era stato comunicato a parte qualche giorno prima con un sms. L’istituto di credito preso di mira dall’organizzazione criminale, infatti, utilizza questo metodo per aumentare la sicurezza delle nuove tessere bancomat, recapitandole ai clienti senza i codici segreti i quali, invece, sono trasmessi separatamente con sms. Una volta che il correntista è in possesso di bancomat e pin può attivare la nuova carta da uno sportello qualsiasi dell’istituto di credito in questione, purché situato nella provincia di residenza.

E’ per questo motivo che entra in scena la figura criminale del ‘corriere di provincia’, ossia un membro della banda che, venuto in possesso del bancomat e del pin carpito dalla telefonista, si reca nella provincia di residenza della vittima per prosciugarle il conto e svanire nel nulla. I carabinieri della San Ruffillo hanno scoperto che tra marzo 2019 e aprile 2020 l’organizzazione criminale è riuscita a portare a segno 90 furti per un valore totale di circa 400mila euro.

Nel corso delle indagini, i militari hanno scoperto che le buste di posta ordinaria spedite dall’istituto di credito a favore dei suoi clienti venivano sottratte da soggetti ignoti nei compartimenti postali di Bologna, Padova e Peschiera Borromeo (MI) e trasmesse alla solita telefonista. Questa, dopo aver carpito i codici pin, le consegnava ai vari corrieri di provincia, incaricati di avviare la procedura di “alleggerimento bancario” ai danni dei correntisti colpiti dal clan. Un 54enne e suo cognato 39enne, rispettivamente capo e braccio destro, sorvegliavano le operazioni criminali vivendo nel lusso, seduti a tavoli di ristoranti stellati che raggiungevano a bordo di super car prese a noleggio.

L’organizzazione criminale non amava la tecnologia: infatti, le operazioni illegali venivano monitorate dai vertici e commesse dai vari membri utilizzando telefonini di vecchia generazione, intestati a utenti inesistenti perché erano stati registrati mediante l’esibizione di documenti falsi.

L’attività si è conclusa con l’arresto di 5 campani (tra i 38 e i 54 anni) e il deferimento a piede libero di ulteriori 6 persone e l’emissione di sequestro preventivo per equivalente a carico di otto indagati, corrispondente ai proventi dei delitti contestati: 400.000 euro circa.

Tra gli indagati anche due fruitori di Reddito di cittadinanza, mentre altre tre persone tra i conviventi degli indagati risultano percepire il beneficio (tra i 474 e i 1050 €).