CALIFFATO  Un combattente dello Stato islamico immortalato in una città siriana
CALIFFATO Un combattente dello Stato islamico immortalato in una città siriana

Bologna, 6 maggio 2015 - PIÙ MALATO che terrorista. È tornato in Italia domenica, da uomo libero, Giampiero Filangieri, il trentacinquenne arrestato lo scorso luglio a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Il trentacinquenne originario di Reggio Calabria, ma da anni residente a Castel Maggiore, era stato fermato dalla polizia di frontiera curda perché, senza visto, a bordo di un bus, stava tentando di entrare nel Paese. E, alle guardie che gliene chiedevano ragione, in un perfetto arabo appreso da autodidatta, aveva spiegato con candore di volersi arruolare tra i combattenti dello Stato Islamico. Era il luglio 2014 e per dieci mesi Filangieri è rimasto in carcere a Erbil.

Era tuttavia apparso chiaro fin subito anche ai curdi di trovarsi di fronte a una persona più problematica che pronta al martirio per la causa islamica. Così domenica, al termine del periodo di carcere previsto, dopo essere stato espulso dall’Iraq, il ragazzo è rientrato in patria, a bordo di un volo partito da Istanbul e atterrato a Fiumicino. Qui, ad attenderlo, c’era la sua famiglia. Accompagnato dai carabinieri del Ros dell’Emilia-Romagna e da personale sanitario, fortemente provato, Filangeri è stato riaffidato ai genitori e alla sorella. Ora si trova ricoverato in una struttura sanitaria in regione per le cure necessarie: nei mesi di prigionia, infatti, il trentacinquenne, con difficoltà a relazionarsi con gli altri, non ha potuto neanche prendere le medicine di cui ha bisogno.

Su di lui la Procura ha comunque aperto un fascicolo (il pm è Antonella Scandellari) per terrorismo internazionale. Da quanto appreso, si tratta tuttavia di accertamenti dovuti: intanto i carabinieri hanno anche sequestrato il pc del giovane, per far luce sui contatti intrattenuti nel corso della sua esperienza da aspirante terrorista. Appena arrivato in Italia, assistito da un legale, Filangieri è stato interrogato dai Ros, ma si è avvalso della facoltà di non rispondere.

La sua parabola proto-fondamentalista parte nella nostra città, con la conversione all’Islam e la frequentazione di ambienti musulmani. Poi il viaggio in Spagna nel 2008, il vagabondaggio a Granada e, alla fine, l’approdo in Turchia e da lì in Siria. Da qui, manda messaggi su Whatsapp dal tenore inequivocabile: «È iniziata la mia lotta contro l’Occidente predone»; «Islam libertà per i popoli oppressi»; «Lottiamo fino alla fine per liberare le terre schiacciate dalla violenza occidentale». Un percorso verso l’inferno che si ferma su quel bus affollato a luglio 2014: il controllo, l’arresto, il carcere. Ora, il ritorno a casa.