Il Kinki, storico club di via Zamboni
Il Kinki, storico club di via Zamboni

Bologna, 22 gennaio 2021 - A New York la chiamano Clubbing Archaeology , archeologia del clubbing , tour di grande successo che portano i turisti in giro per i luoghi dove una vola si aprivano, per le loro notti sfavillanti, le più eccentriche discoteche della città e adesso ci sono, se va bene, le vetrine di una catena di abbigliamento. Perché l’epoca d’oro della vita notturna, come territorio, non solo dell’eccesso, ma anche della costruzione di linguaggi innovativi e culturali – pensiamo allo Studio 54, che era diventata la casa di Andy Warhol e di Truman Capote – è forse definitivamente tramontata sia oltre oceano sia a Bologna. Una città che, dal dopoguerra in poi, è sempre stata straordinariamente in sintonia con quello che accadeva, dal tramonto all’alba, nelle grandi capitali internazionali.

KINKI_19898404_151510

Prova ne è stato il Kinki di via Zamboni 1, locale per il quale, forse, l’espressione ‘leggendario’ non è per una volta usata a sproposito. Almeno sino ai nostri giorni, quando le selezioni dei dj che hanno fatto la storia del club hanno lasciato lo spazio a un laconico annuncio che gira per le vetrine delle agenzie immobiliari. I muri del locale, che si trova in un sotterraneo a pochi metri dalle Due torri, vanno all’asta; a un prezzo, oltretutto, molto conveniente, se si pensa che parliamo del centro del centro storico di Bologna. Un’asta, in realtà, già annunciata varie volte nel passato recente, ma sempre andata deserta.

Il precedente Dal Kinki il regalo per l’ultima notte dell’anno

Il motivo, ovviamente, c’è. In seguito a lavori per il consolidamento del portico di via San Vitale, si sono creati gravi danni strutturali, in particolare al soffitto del club. Così, già da due anni è impossibile svolgere le feste che hanno reso celebre la discoteca per quel fascino oscuro – molto sensuale, peccaminoso – che ha portato qui, nel corso degli anni, attori come Rupert Everett, critici d’arte come Achille Bonito Oliva, cantautori come Jackson Browne, ma anche stilisti e musicisti.
Ma la storia del locale va ancora più indietro nel tempo.

Aperto come night club nel 1958 club con il nome di Whisky a go-go, vide passare Jimi Hendrix dopo il suo concerto al Paladozza nel 1968 e la jazz band di Pupi Avati, nella quale si esibiva al clarinetto un giovanissimo Lucio Dalla. Che proprio qui fu notato da Gino Paoli, che lo portò a Roma per il suo primo contratto come cantautore. "Ma il Kinki – puntualizza Micaela Zanni, che lo gestisce da molto tempo – non è vendita. Noi abbiamo un contratto di affitto sino al 2027, siamo proprietari del marchio e continuiamo, in attesa di sapere cosa succederà alle mura, a lavorare".

Il 31 dicembre, ad esempio, c’è stata "la lunga diretta sul web con tutti i dj che sono passati da qui nel corso dei decenni. E poi c’è la linea di t-shirt, per le quali non riusciamo a stare dietro agli ordini".
Fa parte della storia della discoteca il compito, difficilissimo, di superare il ferreo sbarramento all’ingresso, una volta scese le ripide scale che diventavano passerella, che permetteva di entrare a far parte, almeno per una notte, di una strana famiglia allargata che aveva, senza proclami politici, superato del tutto, anzi completamente ignorato, le differenze sociali e di generi.

E non contava essere famosi. Proprio Rupert Everett, che nessuno riconobbe, restò a lungo fuori dalla porta. Perché il Kinki era, appunto, un ‘club’ nella vera accezione del termine, dove trovare affetti e amicizie, dove trascorrere lunghi fine settimana ballando con le musiche di dj bolognesi che venivano contesi dalle discoteche di tutto il mondo, come Luca Trevisi e i Pasta Boys che chiamarono il loro primo disco, un successo, Tortellini’, con tanto di foto del piatto cittadino per eccellenza al centro del vinile.

Storie affascinanti , che, nel 2015, in occasione dei 40 anni del locale, sono state raccontate da Micaela Zanni nel bel volume fotografico ‘Kinki. Una notte lunga 40 anni’, (di recente ristampato), edito da Damiani, con la prefazione di Angelo Varni, allora presidente dell’Istituto dei Beni Culturali, che parlò di un luogo "ben situato nel cuore stesso della città, quasi protetto, nel suo desiderio di aprirsi a tutte le esigenze di un pubblico il più eterogeneo possibile, dalla rassicurante presenza al suo ingresso delle Due To rri". Quel luogo oggi è all’asta.