DAVIDE EUSEBI
Cronaca

L’Italia contadina di Mario Soldati. Dall’Emilia-Romagna alle Marche. Quel viaggio alla scoperta dei vini

A venticinque anni dalla morte una mostra nel buen retiro sul lago d’Orta ne celebra la produzione. Il tour nel mondo operoso delle campagne opposto alla crescente industrializzazione del Paese.

Un grande scrittore, sceneggiatore e intellettuale che, da narratore della buona e bella Italia, raccontò con pagine epiche anche paesaggi, uomini e donne dell’Emilia-Romagna che si stava aprendo al grande turismo, delle Marche ancora vergini, della Toscana nobile per i suoi vini e di altre regioni. A distanza di venticinque anni dalla morte, al Palazzotto di Orta San Giulio, in provincia di Novara, una mostra (visitabile fino a domani) ricorda Mario Soldati. Titolo: "Non solo copertina. Proprio tutti i libri di Mario", a cura di Roberto Cicala e del Centro Novarese di Studi Letterari. Nella mostra sono esposte tutte le prime edizioni delle opere di Mario Soldati, da Salmace (La Libra, 1926) all’opera omnia curata da Cesare Garboli (Rizzoli, 1994), accompagnate da fotografie ritrovate a Orta, conservate dai molti amici che l’autore aveva nella città, e da documenti provenienti dai fascicoli dedicati a Soldati dell’archivio storico Arnoldo Mondadori Editore, conservato nella Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori. Giovanissimo protagonista della vita culturale italiana fin dagli anni Trenta, uno dei primi professori di lettere invitati a varcare l’Oceano e a portare la cultura europea a New York, dopo l’esperienza raccontata in America torna in Italia e decide di risiedere due anni proprio sul lago d’Orta, per prendere decisioni sul letteratura e arti future. Conosce e frequenta l’amico Mario Bonfantini, con cui metteranno a punto poetiche e idee politiche e sociali: combatteranno ciascuno a modo proprio il fascismo, per diventare punti di riferimento delle nuove generazioni all’alba della Repubblica. Soldati sarà al centro della nascita del grande cinema italiano, della televisione, dell’identità nazionale, curando i padiglioni delle regioni in occasione del centenario dell’unità d’Italia.

Personaggio oltre che scrittore, potrà decidere dopo il 1961 di dedicarsi in maniera esclusiva al giornalismo e alla scrittura grazie proprio a un contratto decennale con Mondadori, che lo porterà a scrivere i suoi capolavori, tra cui "L’attore" con cui vincerà il premio Strega nel 1971. Sono gli anni in cui, insieme alla famiglia e in particolare al figlio Wolfango, gira l’Italia per raccontarne pregi e difetti, ma soprattutto mettendo a punto una tassonomia decisiva non solo dal punto di vista narrativo, ma anche sociologico. I suoi due viaggi televisivi (1957, "Alla ricerca dei cibi genuini – Viaggio lungo la valle del Po"; 1960, "Chi legge? Viaggio lungo le sponde del Tirreno") si legano alla tradizione zavattiniana e la superano per densità ma anche per "colore". Gli anni Settanta gli si addicono meno: il clima di scontro civile lo deprime, anche se non smette di raccontare il diritto e il rovescio dell’identità singola e collettiva. Gli anni Ottanta, con le cronache del Mundial spagnolo, lo fanno tornare alla ribalta e progressivamente diventa autore di culto: Cesare Garboli e Aldo Grasso lo collocano nell’empireo letterario e massmediologico, Carlo Petrini lo prende come metro fondativo degli ideali di Slow Food e dell’Università del Gusto di Pollenzo. Ma niente sarebbe accaduto senza il legame con Orta da un lato e con Mondadori dall’altro. Proprio negli anni settanta intraprende un altro viaggio a tappe che lo porterà a scrivere "Vino al vino", straordinario ritratto dell’Italia contadina, dove si avventura alla ricerca dei vini veri opposti alla crescente industria del settore come esempio di verità e di vera italianità. Un viaggio dove Emilia-Romagna, Marche e Toscana, ma non solo, sono dipinte come quadri realistici di un mondo in evoluzione, operoso fin troppo e ricco di quella umanità che ancora oggi, incontrando luoghi e persone, si può respirare.