Peterson, se le diciamo la parola PalaDozza? "Sono venuto in Italia per quello". Non le sembra un po’ esagerato? "Sì, è vero. Mi serve, però, per far capire anche lo spirito con cui mi sono approcciato al mondo italiano. Ero un giovane coach americano che, fino a qualche giorno prima di quella chiamata, aveva allenato in Cile. Nel 1973, però, per decidere di cambiare continente mi bastarono le parole e lo spirito dell’avvocato Porelli. E la storia gloriosa della Virtus. E poi, comunque, in piazza Azzarita mi sono subito trovato a casa". Perché? "Porelli aveva ribattezzato l’impianto. Lo aveva definito il Madison Square Garden italiano. E l’avvocato non sbagliava mai". E se...

Peterson, se le diciamo la parola PalaDozza?

"Sono venuto in Italia per quello".

Non le sembra un po’ esagerato?

"Sì, è vero. Mi serve, però, per far capire anche lo spirito con cui mi sono approcciato al mondo italiano. Ero un giovane coach americano che, fino a qualche giorno prima di quella chiamata, aveva allenato in Cile. Nel 1973, però, per decidere di cambiare continente mi bastarono le parole e lo spirito dell’avvocato Porelli. E la storia gloriosa della Virtus. E poi, comunque, in piazza Azzarita mi sono subito trovato a casa".

Perché?

"Porelli aveva ribattezzato l’impianto. Lo aveva definito il Madison Square Garden italiano. E l’avvocato non sbagliava mai".

E se l’impianto, per effetto delle scelte e delle strategie di Virtus e Fortitudo rimanesse senza canestri?

"Chiaro che non entro nel merito delle decisioni dei due club, Virtus e Fortitudo. Immagino ci siano mille motivazioni, dietro queste nuove strategie. Ma il PalaDozza è unico. È la storia. Magari avere un impianto come il PalaDozza a Milano".

Quali ricordi suscita in lei il PalaDozza?

"Well, mi viene in mente anche la scelta del parquet, frutto di uno studio e di un’attenta analisi. Porelli aveva pensato a proprio a tutto, anche i colori. Legno di acero bianco per l’interno, blu scuro per il bordo. Era il 1977: ricordo quaranta giorni di lavoro, per sistemare il nuovo parquet. L’avvocato era attento a tutti i particolari. Non trascurava nulla per avere un impianto sempre pieno".

Come la scelta – rivoluzionaria per quegli anni – dell’accompagnamento della squadra, durante il riscaldamento, con la musica di un pianista.

"Porelli diceva che il palazzo non doveva trasformarsi in una discoteca. La musica doveva accompagnare, fare da spalla ai canestri. Ancora una volta aveva visto lontano".

La partita più bella tra le tante che l’hanno vista protagonista con la Virtus?

"Ce ne sono alcune. Nel 1976 la gara con la Snaidero Udine che regalò alla Virtus lo scudetto vent’anni dopo l’ultimo trionfo. Ma, in quella poule finale, anche la sfida con la Mobilgirgi Varese che ci diede poi la possibilità di andare a Masnago con un po’ di vantaggio. E, due anni prima, la partita con Cantù che ci permise poi di andare a Vicenza e vincere la Coppa Italia. Il mio primo successo in Italia".

Il PalaDozza è la storia.

"Ho avuto la fortuna di allenare al PalaLido di Milano, alla palestra Parini di Cantù. Ma anche alla Misericordia di Venezia, a Masnago o anche nel vecchio hangar di Pesaro. Sono impianti e strutture che danno il senso di continuità e di una comunità. Che ti fanno gustare il fascino di una storia chiamata pallacanestro".

E il PalaDozza?

"Beh, in questo contesto, per me, resta il numero uno. Il migliore, il più bello. In piazza Azzarita ho avuto il primo contatto con il basket italiano. E io, americano, mi sono subito trovato in sintonia, a meraviglia. Costruendo qualcosa con quella Virtus che aveva come motore Porelli. E come teatro un impianto unico".

Amore a prima vita, in quel lontano 1973. E se, 47 anni dopo quello storico incontro, Daniel Lowell Peterson è ancora nel nostro paese lo si deve a quell’empatia che si creò subito. Tra un impianto costruito nel 1956 e un distinto signore – che si presentò in piazza Azzarita con pantaloni quadrettati a zampa d’elefante e capelli lunghi – che ha saputo traghettare non solo Bologna, ma tutta l’Italia, dalla pallacanestro al basket. Con vista privilegiata sulla Nba ovviamente.

Storie di numeri uno.