Mafia nigeriana: altri cinque a processo

Dopo 21 condanne, fissata la nuova udienza per gli altri membri del sodalizio. Ossy Ugbo dovrà rispondere di detenzione di materiale pedopornografico.

Mafia nigeriana: altri cinque a processo

Mafia nigeriana: altri cinque a processo

Nel luglio 2019, un’articolata operazione della Squadra mobile aveva reciso le radici messe in città dalla Maphite. Un ‘cult’ della mafia nigeriana che, con le stesse modalità delle organizzazioni criminali nostrane, aveva preso il controllo dello spaccio e della prostituzione, tenendo sotto scacco la comunità nigeriana bolognese ed emiliana con la violenza e l’intimidazione.

Dopo le condanne comminate ai ventuno imputati che avevano scelto il rito abbreviato, la gip Grazia Nart ha disposto il rinvio a giudizio, con la prima udienza fissata per il prossimo 19 marzo, per altri cinque membri del sodalizio. Per due di loro, l’accusa è di associazione a delinquere di stampo mafioso di tipo straniero, per aver partecipato attivamente alla gestione e all’organizzazione del sodalizio, fin dalla sua nascita, il 21 settembre del 2013, al Boscolo Tower. Gli altri tre imputati, tra cui Ossy Ugbo, 40 anni, residente a San Pietro in Casale, rispondono invece di detenzione di materiale pedopornografico, poiché nel corso delle indagini, all’interno dei loro telefoni e pc, erano stati trovati video espliciti di violenze sessuali su bambini.

Un vaso di Pandora di violenza e abusi quello scardinato dalla Squadra mobile, che con l’operazione del 2019 aveva decapitato la ‘famiglia Vaticana’ dei Maphite, con interessi diffusi tra Emilia-Romagna, Toscana e Marche. Ottanta gli affiliati in regione, che a Bologna tenevano soggiogati e costretti all’omertà i connazionali non aderenti all’associazione - in gergo jews -, oltre a gestire le più fruttuose attività criminali di strada: lo spaccio e la prostituzione, imperversando in via Ferrarese, via Stalingrado, via Niccolò Dall’Arca e alla Barca. E, imparando da chi di mafia ne sa, chiedendo il pizzo ai commercianti nigeriani onesti. "Una struttura verticistica – l’aveva definita il procuratore capo Giuseppe Amato – che emula la mafia siciliana e la ’ndrangheta".

L’associazione aveva anche un tesoriere, residente a Castel San Pietro, tra i fondatori dell’associazione, che aveva un ruolo apicale nel sodalizio, gestiva i soldi dell’associazione, quelli frutto delle attività illecite e le quote degli adepti e dei nuovi affiliati. Soldi con cui si finanziavano le attività, si pagavano le spese legali e si aiutavano le famiglie dei sodali finiti in carcere. Buona parte del denaro poi finiva anche in Nigeria. Un mondo rimasto sommerso nell’omertà, fino alla decisione di un affiliato di iniziare a collaborare, nel 2016, con la giustizia. Una decisione costata aggressioni e minacce di morte e ritorsione verso i famigliari in Africa. Perché, come aveva raccontato lo stesso alla polizia, "una volta entrati nei Maphite non si può più uscirne, si può smettere di farne parte solo con la morte".

Nicoletta Tempera