Avrebbe compiuto 58 anni ieri. Ma Marco Dimitri, il fondatore della setta dei Bambini di Satana, se n’è andato in silenzio un soffio prima. Stroncato da un malore, come accertato dal 118, l’altra notte, nella casa di via Riva di Reno 56, la storica sede della ‘corporation’, luogo simbolo di quell’inchiesta - finita poi con l’assoluzione - che, negli anni ’90, aveva tinto Bologna di nero. Quel processo, in un gioco di numeri e simboli, era iniziato proprio il 13 febbraio di 24 anni fa. di Nicoletta Tempera La sera del 23 giugno del 1996 Marco Dimitri è nella sua casa di via Riva di Reno. Quando bussano alla porta i carabinieri, l’allora trentaduenne è in riunione assieme ad alcune persone. I militari lo arrestano. L’accusa è ratto a fine di libidine, violenza carnale e corruzione di minore. La cronaca di quegli anni racconta che, prima che i militari gli stringessero le manette ai polsi, Dimitri avrebbe acceso un lumino nero ai piedi di una gigatografia del diavolo. Inizia così la storia giudiziaria, tutta bolognese, dei Bambini di Satana. Quasi un quarto di secolo dopo, quella storia che sconvolse...

Avrebbe compiuto 58 anni ieri. Ma Marco Dimitri, il fondatore della setta dei Bambini di Satana, se n’è andato in silenzio un soffio prima. Stroncato da un malore, come accertato dal 118, l’altra notte, nella casa di via Riva di Reno 56, la storica sede della ‘corporation’, luogo simbolo di quell’inchiesta - finita poi con l’assoluzione - che, negli anni ’90, aveva tinto Bologna di nero. Quel processo, in un gioco di numeri e simboli, era iniziato proprio il 13 febbraio di 24 anni fa.

di Nicoletta Tempera

La sera del 23 giugno del 1996 Marco Dimitri è nella sua casa di via Riva di Reno. Quando bussano alla porta i carabinieri, l’allora trentaduenne è in riunione assieme ad alcune persone. I militari lo arrestano. L’accusa è ratto a fine di libidine, violenza carnale e corruzione di minore. La cronaca di quegli anni racconta che, prima che i militari gli stringessero le manette ai polsi, Dimitri avrebbe acceso un lumino nero ai piedi di una gigatografia del diavolo. Inizia così la storia giudiziaria, tutta bolognese, dei Bambini di Satana. Quasi un quarto di secolo dopo, quella storia che sconvolse Bologna, sembra fiction.

Vale la pena ripercorrere i fatti e i momenti per capire come, dalle dichiarazioni di una ragazzina, sia partita un’inchiesta per reati gravissimi, condita di messe nere e abusi sessuali. E culminata nell’assoluzione di tutti gli imputati, risarciti anche per l’ingiusta detenzione. A metà degli anni ’90 Marco Dimitri era sicuramente un personaggio controverso e sopra le righe. Rimasto orfano a 14 anni, aveva presto abbracciato le filosofie occulte. All’epoca dell’arresto, quando di anni ne aveva 32, viveva facendo i tarocchi e dei proventi della vendita dei gadget satanici della ‘Bambini di Satana Corporation’, la società, a metà tra setta e azienda, di cui era titolare. Certo non un’associazione parrocchiale.

Erano anni in cui i cellulari praticamente non esistevano. In cui le indagini si facevano alla vecchia maniera. All’allora pm Lucia Musti, oggi procuratore capo di Modena, viene affidato il caso di una ragazzina di 16 anni, che i giornali ribattezzano Simonetta, che racconta di essere entrata, nel 1994, nella setta guidata da Dimitri. Del gruppo di satanisti, dice, fanno parte anche il suo ex fidanzato Gennarino Luongo, all’epoca ventiquattrenne, e Piergiorgio Bonora, che di anni ne ha 19, compagno di Dimitri. Simonetta mette a verbale come tutti insieme in una circostanza, il solo Luongo in un’altra, abusano di lei. Lo stupro di gruppo, racconta la supertestimone ai magistrati, avviene a Villa Spaggiari, nelle campagne di Budrio: qui i ‘Bambini di Satana’ le avrebbero fatto bere acqua e cloroformio e una volta stordita l’avrebbero violentata. Simonetta parla. Parla e riempie migliaia di pagine di verbali. Le indagini camminano spedite. Il 23 giugno del ’96, i tre accusati vengono arrestati. Tre settimane dopo, rilasciati per mancanza di prove. Ma Simonetta continua a parlare. A un certo punto, racconta pure di una volta in cui la setta avrebbe abusato di un bimbo di appena 2 anni e mezzo. Qualcosa di vero c’è.

Perché il bambino, grazie alla collaborazione di un sacerdote, viene identificato dai carabinieri di Medicina. Il piccolo Federico, così verrà conosciuto, viene sottoposto a perizie, alla presenza di psicologi. Racconta, come può un bimbo di 2 anni e mezzo, di aver subito qualcosa di brutto. Lo fa muovendo pupazzetti dei Lego. Qualcosa, a Federico, è accaduto, forse ha incontrato quelle persone, ha partecipato a qualche ‘rito’. Dimitri e compagni tornano in cella. Ma la ricostruzione di come si sarebbero svolti i fatti, ancora una volta, si basa sulle sole parole di Simonetta. Del battesimo nel fiume, del bimbo calato in una tomba e poi abusato, non c’è prova. Come non c’è prova del coinvolgimento, nelle messe nere, di ‘persone importanti’, di un livello superiore che guida fantomatici sacrifici e omicidi rituali. Senza un cadavere, una macchia di sangue o un luogo esatto a suffragare quelle parole. Che ai giudici, da sole, non bastano.

Così, il 20 giugno ’97, dopo 400 giorni di detenzione, il collegio assolve Dimitri e gli altri bambini di Satana. E lui, che il giorno dell’arresto aveva acceso un cero al demonio, esplode in un liberatorio "Dio Santo" in aula, abbracciando il suo avvocato. Tre anni dopo, il 20 gennaio del 2000, quella sentenza viene confermata in Appello: per i giudici e pure per la procura generale, i supertestimoni (Simonetta che è intanto diventata maggiorenne e un altro ragazzo napoletano, con problemi psichici) non sono minimamente attendibili. Il piccolo Federico, invece, è credibile. Ma non ci sono prove sufficenti a suffragare l’accusa di violenza. Resta un’ombra, pesante. E il pm Eleonora Di Marco non può fare altro che chiedere l’assoluzione, che la Corte accoglie. Mettendo la parola fine alla storia giudiziaria dei Bambini di Satana. Con un’appendice: il risarcimento di 100mila euro accordato a Dimitri per l’ingiusta detenzione. Lui, chiusa quella vicenda, si ritira a vita riservata. Nel 2007 si attirerà addosso ancora critiche, per aver partecipato a una serata di Bo Noir a testimoniare la sua verità. Gli altri imputati finiscono nel dimenticatoio, il tempo cancella il nero dalla loro storia. E Simonetta? Appena maggiorenne, come la quasi coetanea Eva Mikula, ci prova con le foto hard sui giornaletti per adulti. Finisce pure su Cronaca Vera e poi, anche lei, scompare. Una parentesi di notorietà, prima di inabbissarsi nella monotonia della vita di provincia. Che nasconde tanti segreti e luoghi oscuri. Ma forse non tutti quelli raccontati da Simonetta.