La piccola è stata vestita di rosa
La piccola è stata vestita di rosa

Bologna, 6 agosto 2018 - Ha saputo durante la gravidanza che la sua bambina aveva una grave malformazione, incompatibile con la vita, e ha aspettato il parto «per poterla tenere in braccio». È la storia di una donna immigrata, di fede musulmana, seguita dagli specialisti del Sant’Orsola negli ultimi due mesi di gestazione. Giovedì è entrata in travaglio e in serata ha partorito la sua bimba, morta per le conseguenze dall’anencefalia, ossia il mancato sviluppo del cervello. Ma attorno a lei si è creata tanta solidarietà, al punto che la donna, una volta rientrata in reparto, ha voluto ringraziare tutto il personale, in particolare ginecologi, neonatologi, ostetriche e psicologi «per la vicinanza e il sostegno che mi avete dato – dice il ginecologo Patrizio Calderoni, obiettore e cattolico praticante – ricordando che "poter abbracciare la bimba" era il desiderio della mamma».

La storia della donna si intreccia con quella di Natascia Astolfi, la mamma di Giacomo, il neonato colpito dalla stessa malformazione, venuto al mondo il 1° ottobre del 2013 e vissuto solo 19 ore. In seguito a quel caso, il Policlinico ha lanciato il ‘Percorso Giacomo’, per sostenere i bambini colpiti da diagnosi infauste e i familiari, lasciando i neonati con i genitori fino al termine della loro vita.

Il professor Giacomo Faldella, direttore del Dipartimento materno infantile, osserva che «facendo nascere questi bimbi si aiutano le madri che lo desiderano a compiere fino in fondo il ruolo di custodia dei loro figli, che solo nel grembo materno possono sopravvivere, come è accaduto in questo caso perché la bimba è morta durante il parto. Poter vedere, toccare e tenere in braccio i bambini, anche se solo per minuti, ore o giorni, dà testimonianza del valore della maternità». Mamma Natascia spiega che «la malformazione della bimba è la stessa con cui è nato Giacomo e per questo la signora ha voluto conoscermi. Voleva incontrare una madre che avesse vissuto il suo stesso dolore. Ci siamo viste per un caffè due settimane fa, poi sono andata da lei il giorno prima del parto: la sua preoccupazione più grande – prosegue – era la perdita di una vita così breve e straordinaria. Ma la vita ha un senso indipendentemente dalla sua lunghezza. Sono cattolica e penso che quando nasciamo siamo destinati alla vita eterna. Ecco, l’argomento della religione non lo abbiamo affrontato, ma immagino che questo pensiero valga anche per lei, dal momento che ritiene che la sua bimba ora la proteggerà dal cielo».

Il destino dei due neonati ha unito le famiglie, tanto che l’altro giorno il papà di Giacomo è andato in ospedale a trovare la donna: «Le ha portato dei fiori dopo il parto», dice Natascia. Calderoni sottolinea che il «‘Percorso Giacomo’ non è limitato ai bimbi terminali, ma anche a quelli che, seppure gravi, possono essere curati e tenuti il più possibile con le loro mamme».

Chiara Locatelli è la neonatologa che ha seguito negli ultimi tempi la donna immigrata ed era anche presente al parto: «Quando ha saputo che avrebbe potuto abbracciare la sua bambina, la signora ha sorriso e, dopo aver conosciuto la mamma di Giacomo, mi ha detto ‘allora non sono solo io al mondo a dover affrontare una situazione del genere’ e poi ‘la mia bimba mi ha fatto conoscere tante belle persone’. Ecco, non si è sentita sola». Locatelli, che ha studiato le cure pallitive neonatali alla Columbia University di New York, ricorda che «la bimba è stata vestita di rosa, con cuffia, tutina e copertina inviata dall’associazione ‘Cuori di maglia’. Poi sono state scattate delle foto e sono state prese le impronte delle manine. Tutti elementi consegnati alla mamma nel ‘memory box’, la scatola con i ricordi, perché la memoria aiuta a elaborare il lutto».