Bologna, 12 dicembre 2018 - Scendi dall’aereo e vieni investita: dal caldo, dalla polvere e dai paradossi. I primi ad accoglierti sono uomini in tuta anticontaminazione che ti puntano la pistola-termometro alla nuca: c’è un’epidemia d’ebola nei territori di confine.

Poi ti guardi intorno, in quel bel terminal internazionale aperto appena due anni fa accanto al tendone (sì, un maxi gazebo da sagra paesana) dei voli domestici non c’è bianco che non indossi una maglia di una ong o quella delle Nazioni unite. Non c’è alcun motivo per andare a Juba, capitale del Sud Sudan. Capitale del nulla. Non ci sono imprese, sistemi idrici ed elettrici, ma solo rifornimento con autobotti e generatori a benzina in ogni palazzo blindato da recinzioni, filo spinato e guardie armate. Non c’è nulla se non un reticolo di strade sterrate e una manciata di lingue d’asfalto, prezzi newyorkesi per expats, il coprifuoco alle 20 e carretti di frutta che all’Equatore vendono mele a cifre nipponiche.
 
Ma c'è un popolo - o ciò che ne resta - falcidiato dalle lotte etniche tra Dinka e Nuer, dalla diffusione delle armi, da governi incerti dopo l’indipendenza del 2011, flagelli moderni che si sommano ai ‘classici’ africani: carestia, malattie, migrazione per bisogno. È per quel popolo che il direttore del Cuamm-Medici con l’Africa, don Dante Carraro ha portato il vescovo di Bologna, monsignor Matteo Zuppi (VIDEO), in visita nei territori dove la ong padovana opera dal 2006, per costruire un percorso di pace come il religioso fece con il Mozambico, negli anni ’90, con la Comunità di Sant’Egidio.

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Una tre giorni di incontri, tra Juba e Rumbek, con il sottosegretario alla Salute, la vicegovernatrice del Western Lakes State, il nunzio apostolico e i rappresemtanti delle chiese episcopali, a cui si è aggiunta la visita al cuore del Cuamm che per scelta opera accanto a personale locale, per formarlo e un giorno lasciarlo continuare sulle sue gambe.

La ong veneta che, a dispetto degli slogan, dal ’50 aiuta i popoli a casa loro, in Sud Sudan è in cinque ospedali più 164 strutture sanitarie periferiche nell’ultimo miglio del mondo, dove solo il 14% delle donne beneficia di parto assistito e la mortalità neonatale è alle stelle.

Dall’inizio dell’avventura sud sudanese sono state effettuate 64.742 visite prenatali (dato 2017) e 505.856 vaccinazioni, grazie soprattutto all’attività capillare nei territori che ha tra i protagonisti Giovanni Dall’Oglio, medico e fratello del gesuita scomparso in Siria nel 2013. È lui, ribattezzato ‘doctor solution’, ad aver pensato di portare gli ecografi nei villaggi, con tanto di videoproiettori e battito cardiaco del feto diffuso dalle casse per convincere anche gli anziani dei villaggi che il medico è più utile dei riti locali.

A Rumbek, nell’unico ospedale attivo, i 40 membri Cuamm (italiani, ugandesi, keniani, nigeriani) ne affiancano altrettanti governativi, sud sudanesi. Gestiscono 134 posti letto e su quell’ospedale confluiscono le emergenze segnalate alle 60 unità sanitarie in quattro contee. E qui c’è l’embrione del 118. L’ospedale di Rumbek ha due ambulanze di proprietà, più altre tre statali, ma non possono correre di capanna in capanna, né esiste copertura telefonica sufficiente per chiamarle. Così ad attivarle sono i telefoni delle 60 unità territoriali, dove a loro volta i pazienti – soprattutto donne in travaglio – vengono portate a bordo di motociclette. 
 
«Ne abbiamo acquistate un centinaio e fatto prendere il patentino da autista ai ragazzi che le guidano – spiega don Dante -. Per prevenire il peggio, abbiamo allestito posti letto dove le gestanti possono venire a vivere a 15-20 giorni dal parto, così da farci trovare pronti».

Perché a Rumbek, ospedale con un bacino d’utenza di 600mila abitanti, il chirurgo è uno solo, così come una è la pediatra; le sacche di sangue non possono essere conservate senza elettricità costante in frigo e se serve una trasfusione meglio portarsi dietro un parente-donatore. L’unico ospedale concorrente, costruito con fondi cinesi e aperto nel 2014, è stato chiuso dopo soli sei mesi per assenza di personale in grado di gestirlo, sebbene porti il nome del presidente.