Bologna, 8 dicembre 2021 - Un fascicolo per omicidio colposo, con già – stando a indiscrezioni – almeno un nome tra gli indagati, per capire il perché della morte di Michele Merlo e soprattutto se qualcuno dei sanitari che lo visitò poteva evitarla. La procura di Vicenza, che nelle settimane scorse ha ricevuto gli atti per competenza territoriale da Bologna, va spedita. Tutto questo mentre nei giorni scorsi la Regione ha inviato gli ispettori all’ospedale di Cittadella e al Centro medico di Rosà per acquisire documenti necessari per un’indagine interna. "Vogliamo la verità su ciò che è successo a Cittadella – chiosa Domenico, papà di Mike Bird, il cantautore di 28 anni morto il 6 giugno al Maggiore per un’ischemia celebrale dovuta a una leucemia fulminante –, a Rosà e a Vergato. Bastava un emocromo per capire cosa avesse, nessuno pensò di farlo. Michele, questo dice la perizia medico legale, si poteva e si doveva salvare".

Michele Merlo, in arte Mike Bird, 28 anni

L’inchiesta. La conferma dell’apertura del fascicolo vicentino è arrivato ieri dalla stessa Procura veneta la quale, secondo quanto emerge, è partita dal lavoro dei colleghi bolognesi (in via Garibaldi, dopo l’esposto della famiglia Merlo, era stato aperto un fascicolo per omicidio colposo ma senza indagati), andando a ritroso e mettendo a fuoco due episodi tra il 26 e 27 maggio. "Michele – continua il padre – si era presentato inizialmente al pronto soccorso di Cittadella per uno strano malessere e soprattutto per due grossi ematomi sulla gamba. L’arto era completamente nero. Rimase al triage per due ore in attesa, così spazientito decise di andarsene". Non si diede per vinto, andò a Rosà, dal medico di famiglia. "Mi parlò – ha spiegato il sanitario – di un trasloco e di una botta che aveva preso". Ne uscì con un bendaggio e la prescrizione di una pomata allo zinco con il dottore che lo sollecitò di aggiornarlo. "Ma quell’ematoma – afferma l’avvocato Marco Antonio Dal Ben – era ben poco compatibile con un urto accidentale. Per questo andava analizzato meglio".

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La mail. Tra gli atti in mano agli inquirenti c’è anche la mail che Michele inviò allo studio associato dello stesso medico di famiglia, il giorno precedente, con allegata la foto choc dell’arto tumefatto. La risposta fu eloquente: "Buongiorno, l’utilizzo della mail è unicamente per la richiesta di terapia cronica. Per qualsiasi altro motivo, chiamare la segreteria. Inoltre, chiediamo di non inviare foto". Tutto questo ora è sotto la lente dei magistrati vicentini per valutare se nel momento del primo sos lanciato dall’ex concorrente di Amici chi lo vide poteva individuare il problema e iniziare una terapia che, stando ai periti, avrebbe portato al ricovero e a una probabilità di sopravvivenza tra il 79 e 87% dei casi.

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Qui Bologna. Il 2 giugno, con mal di testa e febbre, Michele si presentò al Pronto soccorso di Vergato, lo indirizzarono al medico di guardia. Il 3 finì al Maggiore dove il 6 morì. A Vergato, secondo le ipotesi investigative, potrebbe esserci stata sottovalutazione diagnostica, ma in ogni caso sarebbe stato troppo tardi per avviare terapie perché tutto era compromesso. "E ora vogliamo capire – così l’avvocato – dove e da chi è stato commesso l’errore".