Bologna, 1 dicembre 2019 - Ecco l’angelo custode di Sinisa Mihajlovic: Carmela Boscarino, infermiera del Sant’Orsola, 54 anni, siciliana, ma da una vita a Bologna

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Si aspettava di essere citata e con un tale appellativo?
"No, assolutamente, mi sono commossa. Certo, qui dentro lo ha sempre detto che ero il suo angelo custode, ma che lo dicesse pubblicamente è stata una bellissima sorpresa, come per le altre persone nominate. Lo abbiamo assistito in tanti. Ma Sinisa è così".

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Così come?
"Un gran signore, ce lo siamo detto anche tra colleghi. Essere elogiati in quel modo da un mister non è da tutti i giorni", risponde mentre entra nell’istituto di Ematologia Seràgnoli.

Il commento L'ottavo scudetto del Bologna - di M. Brambilla


Ha detto anche che è una donna dura, ma leale. Un ritratto in cui si riconosce?
"Secondo me ha usato queste parole perché sono stata sincera e ho sempre cercato di dire la verità sul percorso di queste malattie".

Che cosa gli diceva?
"Che doveva avere pazienza e che poi sarebbe passato tutto. E lui di pazienza ne ha avuta".

Ma seguiva sempre i suoi consigli?
"No. È stato difficile fargli capire di non pensare al calcio almeno per un attimo. Ma lui aveva la testa lì, al Bologna, anche con la febbre a 40 ha visto le partite. E invece io gli dicevo di chiudere il televisore. Ma non c’era niente da fare".

Allora non la ascoltava?
"È stato l’unico punto su cui non eravamo d’accordo. Mi diceva ’è più forte di me, non ce la faccio’ e così guardava anche gli allenamenti e poi si innervosiva. Io non sono una tifosa, però per me in quei giorni avrebbe dovuto spegnere tutto, anche il cellulare. Qualche volta mi ha dato retta".

Perché quel riferimento alle conversazioni notturne?
"Sinisa dormiva poco, era insonne e allora si parlava un po’ di tutto".

Di che cosa in particolare?
"Mi ha raccontato di quando gli passavano le bombe sulla testa e di quello che ha passato negli anni della guerra".

E di religione?
"Io sono cattolica, ma non abbiamo mai affrontato questo tema. Una notte mi ha detto che la moglie era andata a Medjugorje e una sera mi sono accorta che aveva al polso una coroncina di Medjugorje, ma non siamo andati oltre".

Nei mesi di ricovero ha visto cambiare Mihajlovic?
"Sì, è diventato un paziente modello quando ha compreso che non era l’unico in quella situazione ed è diventato una persona umile".

Qual è stato il momento più difficile?
"Probabilmente dopo il trapianto, quando aspettava che i valori dei globuli bianchi tornassero a posto: così sapeva che sarebbe potuto andare ad allenare i suoi giocatori. Era il suo chiodo fisso".

In queste ore vi siete sentiti?
"No, non ho il cellulare di Sinisa".

Però vi date del tu?
"Sì, noi infermieri, per far scattare la fiducia, ci presentiamo ai pazienti per nome, perché per noi sono tutti uguali, e poi vediamo la loro reazione. Con Sinisa solo all’inizio abbiamo usato qualche accorgimento particolare dovuto alla pressione che sentivamo dall’esterno".

E allora perché non prova a rispondergli a distanza?
"Intanto, gli auguro di non vederlo più qui dentro e poi gli vorrei dire che alla fine l’ho visto come una persona alla quale se chiedi aiuto te lo dà".