Bologna, 6 marzo 2016 - L’incontro svoltosi in Comune si è rivelato, purtroppo, un’occasione mancata. C’erano infatti tutte le condizioni per articolare in modo pacato e sincero i problemi legati alla presenza islamica nella nostra città e nel nostro Paese; si è trattato invece della riaffermazione del desiderio da parte di tutti di una piena integrazione e di un pieno inserimento nella nostra città dei ‘nuovi’ cittadini di fede islamica. L’arcivescovo, nel suo saluto, ha indicato il criterio fondamentale della convivenza, cui devono ispirarsi i rapporti tra tutte le persone che vivono in questa casa comune che è Bologna: accoglienza e fraterna ospitalità fatta di conoscenza reciproca, di incontro, di stare insieme.

Ma è proprio a partire da questa situazione di convivenza cordiale che sarebbe poi stato necessario affrontare il problema indicato più di quindici anni fa dal cardinale Biffi, e del tutto ignorato: la perfetta immedesimazione tra religione e politica fa parte della religione islamica.

E in effetti l’islam, là dove è divenuto numericamente preponderante, ha sempre imposto la sua legge, incompatibile con i principi che ispirano le nostre società occidentali: la Conferenza dei Paesi islamici ha siglato nel 1981 una Dichiarazione dei diritti dell’uomo nell’islam, rifiutandosi di sottoscrivere quella approvata dall’Onu nel 1948, perché non rispondente alle «esigenze religiose e culturali» dei Paesi islamici.

Alla luce di questa ‘Dichiarazione’ appare chiaramente l’incompatibilità fra la nostra Costituzione con i suoi principi di democrazia e di libertà e l’Islam. Questo è il problema che dovrebbe anzitutto essere dibattuto nel dialogo con gli islamici (dialogo che il coordinatore delle comunità islamiche, Yassine Lafram, ha indicato come irrealizzabile sul piano religioso).

Si tratta, per fare qualche esempio, dell’uguaglianza dei sessi, della poligamia e del diritto di famiglia (con la prevista condanna a morte per le adultere), del diritto del musulmano a essere giudicato secondo la legge islamica (come appunto avviene già in Gran Bretagna e in Germania!), del modo di considerare cosa sia la blasfemia (punita con la condanna a morte anche solo per gesti giudicati irriguardosi), della libertà di coscienza, con la possibilità di abbandonare l’islam per un’altra religione (punita anche questa con la condanna a morte), della libertà di pensiero e di opinione, fino alla libertà di mettere in discussione pubblicamente il modo di leggere e interpretare il Corano (è utile ricordare a questo proposito la protesta degli Stati islamici per il discorso di papa Benedetto XVI a Ratisbona e i sanguinosi disordini che ne sono seguiti).