Valsamoggia, 31 agosto 2019 - "Un omicidio assolutamente ingiustificato, attuato con freddezza e lucidità e costante controllo della situazione". Sono le parole con cui il giudice del tribunale per i minori Luigi Martello motiva la condanna a 14 anni e otto mesi per il diciassettenne di Castello di Serravalle che, il 17 settembre del 2018, ha ucciso con due colpi di pistola al volto l’amico e coetaneo Giuseppe Balboni (foto).

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Il corpo del ragazzo, nascosto dal giovane assassino in un pozzetto del giardino di casa (video), era stato trovato soltanto una settimana dopo, il 25 settembre. "Il giovane – scrive il gup – non ha poi mostrato alcun dispiacere nei confronti della vittima e della sua famiglia", né nei giorni immediatamente successivi al delitto, né durante la detenzione al Pratello. Il ragazzo, difeso dagli avvocati Pietro Gabriele e Icilia Leoni, per il giudice che lo ha condannato per omicidio pluriaggravato (dai futili motivi e dalla minore età della vittima), occultamento di cadavere e cessioni di stupefacente, non avrebbe però agito con premeditazione.

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Un punto su cui la famiglia di Balboni, adesso, tramite i suoi avvocati Domenico Morace e Francesca Lamazza, presenterà un’istanza alla Procura perché impugni la sentenza in appello. 
Nelle motivazioni, dalla ricostruzione dei fatti immediatamente precedenti e successivi al delitto, emerge infatti come il ragazzo abbia agito con una rapidità sconcertante, per poi proseguire, lo stesso giorno e fino al ritrovamento del corpo, la sua vita normale. Senza un cedimento. Mentendo poi "col padre della vittima, coi propri genitori, con gli amici, con gli inquirenti e coi magistrati", cercando di sviare le indagini verso altre persone frequentate da Balboni e pure sul movente. 

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Ossia, una richiesta, da parte della vittima, di 250 euro a fronte di un prestito di appena 5 euro fatto qualche giorno prima dell’omicidio. Quando i due si erano visti a un distributore e la vittima aveva prestato all’altro i soldi per mettere benzina nello scooter. Un problema che, come scrive il giudice nelle motivazioni della sentenza, il diciassettenne aveva "deciso di risolvere sfidando il Balboni ad andare a casa sua da solo ed affrontandolo quindi armato di pistola, mentre l’altro era privo di qualsiasi strumento di offesa". Un contrasto che i due avrebbero potuto risolvere "semplicemente in molti modi, mai neppure tentati" dall’assassino, a conferma della volontà del diciassettenne "di affermate la propria forza e la propria superiorità". Un atteggiamento derivato dall’appartenenza a una "sottocultura deviante, con conseguente scarso contatto con sentimenti come pena, compassione, capacità di mettersi in contatto con il dolore dell’altro". 

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Il ragazzo avrebbe insomma ucciso lucidamente l’ex amico perché per lui rappresentava un problema da risolvere. Non per "dolo d’impeto" o perché in preda alla "paura o a uno stato emotivo di turbamento". Elementi confermati dal fatto che il ragazzo "ha sparato subito dopo aver aperto la porta di casa e quindi prima che il Balboni potesse entrare sì da evitare di sporcare l’abitazione, dove sarebbe stato difficile, se non impossibile, far sparire le tracce di sangue". Esclusa del tutto anche la legittima difesa: l’assassino "ha sparato intenzionalmente al volto del Balboni per risolvere in via definitiva un problema e affermare la sua superiorità".