Bologna, 6 settembre 2019 - Le ultime parole farneticanti le ha urlate al telefono, vomitando ai famigliari di Atika tutto il suo odio e la sua follia. Poi si è chiuso in un ostinato mutismo M’Hamed Chamekh. E il marocchino di 42 anni ha proseguito su questa linea anche oggi, davanti al gip di Imperia che comunque convalidato il suo arresto, disponendo per lui la custodia cautelare nel carcere di Sanremo, dove si trova da quando è stato catturato su un treno diretto in Francia. Quando è stato fermato dagli agenti della Polfer, indossava una t-shirt e un paio di jeans, apparentemente puliti. O, almeno, senza tracce visibili di bruciature. Aveva con sé sia il suo cellulare che quello della vittima, spento ormai da ore. E un regolare biglietto. Ma nessun bagaglio. 

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Chamekh è accusato di aver ucciso lunedì mattina la ex compagna Atika Gharib e poi di averne bruciato il cadavere, ritrovato il giorno dopo il delitto in un casolare abbandonato di Castello d’Argile (VIDEO). Difeso d’ufficio dall’avvocato Carlo Machirelli di Imola, è indagato per omicidio e distruzione di cadavere. Il suo ostinato silenzio non aiuta gli investigatori a riempire quei vuoti temporali che ancora mancano nella ricostruzione fatta dai militari dell’Arma delle ultime ore di vita di Atika. Come ha convinto la donna a seguirlo nel casolare. O se l’ha uccisa altrove e poi ha trascinato il suo corpo fin lì, dove le ha dato fuoco, per cercare di mascherare il delitto.

E, soprattutto, in che modo l’ha ammazzata. La Punto di Atika, intanto, è stata ritrovata a Castello d’Argile. Probabilmente la donna è arrivata nel paese della Bassa per incontrare l’uomo e parlare. C’è stata una lite. E lui, che già negli scorsi mesi aveva dimostrato di non esitare a usare la violenza sulla ex, l’ha uccisa. Non ci sono infatti grossi dubbi sulla paternità di questo atroce delitto. 

Quelli che restano, potrebbero essere dissipati dall’esame autoptico, che verrà conferito ed effettuato la prossima settimana; e dall’analisi dei tabulati telefonici dei cellulari di Atika e Chamekh, già richiesti dai carabinieri. Manca anche un movente. Ma quello, nei femminicidi, tante volte non c’è. C’è solo un senso frustrato di possesso, che muove le mani sporche di sangue.