Bologna, 1 luglio 2021 - "Ho visto cose che noi umani dobbiamo iniziare a guardare". Sull'omicidio di Chiara Gualzetti, Maria Rita Parsi riscrive’ la celebre frase di Blade Runner. Psicoterapeuta, è autrice di libri come Generazione H (in riferimento agli Hikikomori, i 'ritirati') e Ch@t ti amo: da anni ha gli occhi ben puntati su adolescenti e relazioni al tempo del web.

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Dottoressa Parsi, secondo lei la terribile vicenda della morte di Chiara "ribadisce tante cose".
"Intanto la mancanza di attenzione ai segnali che sicuramente il ragazzo aveva lanciato prima di andare ad accoltellare una coetanea. C’erano segnali inequivocabili, e alla fine è stato mandato da uno psicologo, perché parlare di un demone e sentire le voci caratterizzano i processi schizofrenici, di scissione. Avrà certamente premeditato questo orrore, ma è chiaro che stava male a livello psichiatrico".

E altri aspetti?
"Il giovane seguiva queste serie televisive vergognose, spalmate in qualunque rete, che magari per gli adulti, che hanno strumenti, possono essere di intrattenimento. Che siano riferite al crimine e alla violenza, ormai abbondano, con modelli di eroi negativi, distruttivi. Chi fa comunicazione, badi a quello che trasmette: ci vorrebbe il parental control, e invece ci sono famiglie assenti".

Qual è il ruolo delle famiglie ?
"La famiglia è il nucleo, ma più è disfunzionale, meno tende a chiedere aiuto. E poi c’è la scuola: se ci fosse, come ho proposto da anni, un’équipe medico-psico-socio-antropologica per ogni scuola italiana si potrebbero cogliere segnali e prevenire anche atti di bullismo o teppismo. Gli insegnanti potrebbero collaborare con queste équipe e forse si eviterebbero tante tragedie che magari non finiscono come questa, ma che creano ‘danni esistenziali’ a ragazzi e ragazze proprio perché manca il monitoraggio che passi per famiglie, parrocchie e centri sportivi. Insomma, dobbiamo cambiare modalità di fare prevenzione. E poi c’è stato il lockdown".

Che legame c’è?
"Appena è finito, molti ragazzi sono usciti per picchiarsi. Ci sono state risse su risse. Dopo la malattia Covid 19 c’è il Covid 20, il burnout psicologico. Il mio motto da tempo è: la mascherina smaschererà tanti problemi latenti che prima erano contenuti dagli appuntamenti quotidiani di scuola e lavoro. La disfuzionalità è emersa in maniera enorme, sia nelle strutture pubbliche e private legate alla sanità, sia sul territorio, a livello educativo e familiare. Abbiamo avuto l’orrore di questa angoscia di morte, che ogni ragazzino ha vissuto a modo suo".

Ci spieghi.
"L’angoscia di morte è la madre di tutte le angosce umane: più viene slatentizzata, anche dal Covid 19, più diventerà, a seconda delle situazioni, un modello di intervento, che prenderà spunto da quello che i ragazzi vedono nelle trasmissioni".

E poi i sono i social, le chat. Tanti adolescenti raccontano tanto della loro vita in un mondo che però non del tutto reale.
"C’è una sorta di accoglienza in questi strumenti che permette di metterti in contatto con gli altri senza tutti i passaggi di una relazione gestita emotivamente. Ma non ci sono regole nel virtuale. Nel virtuale non si muore mai e così i ragazzi sono scollegati dalla realtà e dal danno che possono fare e farsi".

Quali soluzioni si possono mettere in campo?
"Il personale sanitario per la salute mentale sul territorio dovrebbe essere moltiplicato per mille. Bisogna formare i genitori, gli educatori, chiedere sostegno. Non sono utopie. E poi attenzione all’effetto scia: dopo certi fatti di cronaca nera, si assiste alla slatentizzazione del malato vero".

E i genitori?
"Devono formarsi a oltranza, e invece di chiudersi, rivolgersi alle strutture sul territorio. Ma ci deve essere anche una volontà politica a livello di Ministeri e Comuni, utilizzando strumenti scientifico-umanistici già a disposizione. La psicopedagogia è una necessità quotidiana, non un optional.".

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