Claudio Furlan e Rita Di Majo
Claudio Furlan e Rita Di Majo

Bologna, 20 gennaio 2020 - Poteva bastare anche semplicemente una telefonata anonima al 118 per salvare la vita a Vito Balboni, rimasto agonizzante per oltre un giorno tra i sedili della sua Renault Clio parcheggiata in via Cadriano. Ma quella chiamata di soccorso, da parte di chi poco prima lo aveva avvelenato e abbandonato, non c’è mai stata. Nonostante i continui sopralluoghi effettuati nei giorni successivi. Una verità sconvolgente, una convinzione degli inquirenti che emerge dalle carte dell’inchiesta sulla morte dell’ex autotrasportatore ferrarese, da anni residente a Bentivoglio dove viveva con moglie e figlia. E che ha portato, giovedì, al fermo di Rita Di Majo e del marito Claudio Furlan, i quali stamattina, si sono presentati davanti al gip.

Arresto convalidato e custodia cautelare in carcere. Così ha deciso il gip Francesca Zavaglia, al termine dell'udienza di convalida alla Dozza, nei confronti di Di Majo e Furlan, entrambi accusati di aver avvelenato con dei farmaci il 63enne, loro amico, per poi lasciarlo morire in macchina. "Hanno raccontato la loro versione dei fatti - ha spiegato l'avvocato Giancarlo Tunno -, confessando l'avvelenamento ma ribadendo che da parte loro non c'era nessuna volontà di ucciderlo ma solamente di derubarlo". La coppia ha confessato di aver messo in una bevanda una ventina di gocce di psicofarmaci per addormentare e derubare Balboni, "ma non volevamo ucciderlo".  

Balboni venne lasciato nella sua auto la notte tra il 31 ottobre e l’1 novembre, "era in stato confusionale, diceva cose senza senso e ci ha chiesto di lasciarlo da solo. Era diventato molto aggressivo". In uno stato di incoscienza, secondo il pm Roberto Ceroni e i carabinieri del Radiomobile di San Lazzaro e della Stazione di Granarolo, in condizioni di impotenza sdraiato sui sedili in modo tale che dall’esterno nessuno potesse accorgersi di lui. Stando all’autopsia, l’agonia sarebbe andata avanti per oltre un giorno; il decesso, infatti, risalirebbe alla giornata tra l’1 e il 2, con il cadavere poi ritrovato il 6. Tra l’1 e il 5 novembre, la coppia però sarebbe tornata nel parcheggio di via Cadriano, preoccupata perché la Clio e Balboni erano ancora lì. Una cosa molta strana, che non poteva non fare temere il peggio, ma nonostante questo non ha indotto minimamente i coniugi Furlan a chiamare i soccorsi. Nemmeno in maniera anonima, per evitare di correre rischi per quanto successo la notte di Halloween. Per le gocce di veleno, per l’averlo abbandonato, per aver effettuato con il suo bancomat ben 11 prelievi in altrettanti sportelli di San Lazzaro, Cadriano e Bologna, per un totale di 1900 euro.

Ma non è tutto. C’è un altro episodio impresso negli atti dell’accusa: una telefonata della coppia fatta tra il 15 e 16 novembre a casa Balboni. "Pronto, c’è Vito?". A rispondere è la moglie, Rita Bertazzini: "No, non c’è. Perché è morto". Gelo. Silenzio. Eccola la conferma che i due temevano. Una preoccupazione che era già emersa dalle intercettazioni telefoniche dei giorni precedenti: "Questo è morto e adesso daranno tutta la colpa a noi...". Poi ci sono le confidenze che la Di Majo avrebbe fatto a un amico, parlandogli della serata del 31 e della tragica fine di Balboni. "Ora ci incolperanno...". "Non potevano pensare – chiude l’avvocato – che quegli ansiolitici potessero provocare la morte del pensionato". Dovranno difendersi dalle accuse di morte come conseguenza di altro delitto (negli atti si parla di omicidio), rapina pluriaggravata, furto e indebito utilizzo di carte di pagamento.