Rita Di Majo e Claudio Furlan si sono sposati lo scorso 29 dicembre. Ora sono in carcere
Rita Di Majo e Claudio Furlan si sono sposati lo scorso 29 dicembre. Ora sono in carcere

Bologna, 26 gennaio 2020 - Servirà capire il livello di lucidità mentale e il quadro psicologico attuale e, soprattutto, della notte del 31 ottobre quando avvelenarono e abbandonarono al suo destino Vito Balboni. E per questo, come conferma l’avvocato Giancarlo Tunno, Rita Di Majo e Claudio Furlan potrebbero presto essere sottoposti a una perizia psichiatrica. "Stiamo raccogliendo tutta la documentazione medica del passato, gli esami, le prescrizioni sanitarie – spiega – per avere un primo quadro completo". Anche quelle riguardanti gli psicofarmaci, poi utilizzati con il pensionato, che la coppia (soprattutto Furlan) da tempo faceva uso.

Il Rivotril e il Nozinal: diciotto le gocce sciolte in un caffè ‘offerto’ al 64enne originario di Copparo (Ferrara), ma da tempo residente con moglie e figlia a Bentivoglio. Veleno che ha prima stordito, poi addormentato Balboni, mentre i due, rubando il suo bancomat, effettuavano tra San Lazzaro, Cadriano e Bologna undici prelievi per 1900 euro totali. Fino alla morte arrivata, come spiega l’autopsia, dopo oltre un giorno di agonia, lasciato in stato comatoso nella sua auto in via Cadriano la notte di Halloween. "Lo volevamo addormentare per derubarlo. Non per ucciderlo", ripetono dal carcere dove sono detenuti con le accuse di rapina pluriaggravata, morte come conseguenza di altro reato, furto. Secondo il pm Roberto Ceroni erano caratterizzati da un’indole "violenta, – così nel fermo – auto ed etero distruttiva". E nei giorni successivi all’abbandono, "non fecero nulla per fare ritrovare Balboni". Nemmeno una telefonata anonima al 118, cosa che poteva salvargli la vita.

Un rapporto sentimentale morboso, il loro, "ambivalente", con livelli di gelosia altissimi. Soprattutto di Furlan, 54 anni bolognese, nei confronti della napoletana di 49 anni. Per due volte tentò il suicidio, la seconda fu salvato in strada dai carabinieri mentre stava ingerendo una modica quantità di psicofarmaci. Medicinali che la Di Majo utilizzò già in un’altra occasione per mettere ko un rappresentante di aspirapolveri. Era il 2013 e a quell’uomo, salito in casa per una dimostrazione, venne offerto un caffè ‘corretto’ al veleno. Per due giorni rimase immobile sul divano e lei a prelevare con il suo bancomat. Alla fine venne salvato e la Di Majo condannata a tre anni e mezzo. Quell’episodio fu una sorta di prova generale di quanto poi messo in atto con Balboni. Con una fine tragicamente diversa.