L'arresto di Nicola Femia
L'arresto di Nicola Femia

Bologna, 22 febbraio 2017 - Ha tenuto in primo grado l’accusa di associazione mafiosa contestata dalla Procura di Bologna nel processo ‘Black Monkey’. Il tribunale ha condannato tutti e 23 gli imputati, infliggendo la pena più alta, 26 anni e 10 mesi, a Nicola Femia, il 52enne residente da tempo a Ravenna, ritenuto il vertice di un gruppo legato alla ‘Ndrangheta che faceva profitti con le slot illegali per foraggiare le casse dei clan, anche con attività presenti da Vignola a Maranello, da Sassuolo a Formigine. Le pene hanno in alcuni casi superato le richieste del pm della Dda Francesco Caleca che per Femia, appunto, aveva chiesto 24 anni e 6 mesi.

Dopo due anni e mezzo di udienze, il tribunale ha anche disposto risarcimenti alle parti civili, il più alto da un milione alla Regione Emilia-Romagna. Risarcimenti anche per il giornalista Giovanni Tizian e per l’ordine dei giornalisti: in un’intercettazione tra Femia e un altro imputato si parlava di uccidere il cronista, autore di articoli sgraditi all’organnizzazione. Alla lettura del dispositivo era presente anche don Luigi Ciotti, presidente di Libera, pure parte civile. L’operazione con custodie cautelari scattò nel 2013. Il giornalista Giovanni Tizian, finì sotto scorta proprio perché autore di una serie di articoli sull’attività del boss calabrese ed altri personaggi del ‘giro’ delle slot. Quanto scritto da Tizian riguardava maggiormente i fatti che poi hanno portato a una trentina di arresti a inizio anno: 1.500 macchinette sequestrate, blitz in tutto il nord Italia, 13 slot ‘taroccate’ trovate nella provincia di Modena.

“Tizian? O la smette o gli sparo in bocca”. Eccole le due alternative fornite per telefono dal faccendiere Guido Torello al presunto boss della ’Ndrangheta Nicola Femia, che col suo uomo si lamentava delle ‘attenzioni’ rivoltegli dal giornalista Giovanni Tizian attraverso un paio di articoli scritti sulla Gazzetta di Modena. Secondo la Dda di Bologna, che ha coordinato le indagini, il cuore pulsante del sodalizio criminale si trovava a Ravenna. Da dove lo stesso ‘Rocco’ Femia, per gli inquirenti referente diretto della ’Ndrangheta reggina, oltre a gestire un ampio giri di estorsioni e sequestri di persona, manovrava anche i fili di una ragnatela nazionale e internazionale di vendita e noleggio di slot illegali, affiancata da una rete di giochi a pagamento, irregolari anche questi, che sul web si appoggiava a siti inglesi e romeni.

I proventi, sempre secondo la Dda, venivano in seguito riciclati con l’aquisto di case, auto e quote bancarie, attraverso società fittizie create ad hoc e con la complicità di imprenditori del settore e prestanome. Le indagini sono partite grazie alla denuncia di un immigrato residente a Bologna, che dopo esser stato pestato per una questione di debiti ha avuto il coraggio di raccontare tutto alle forze dell’ordine. Da qui i pedinamenti e le intercettazioni telefoniche - tra le quali è spuntata anche quella che ha portato alla scorta per Tizian - e nel giro di pochi mesi è stato scoperchiato un calderone di illegalità che coinvolgeva tutto il Nord Italia. L’Emilia-Romagna in particolare.

Parlando con i cronisti al termine della sentenza, don Ciotti ha spiegato che “era doveroso esserci”, aggiungendo che “non si poteva lasciare solo un giornalista, Giovanni Tizian, che ha scavato con le sue inchieste, e che per questo ha subito minacce”. In secondo luogo, prosegue, “da tre anni Libera è presente con le scuole a ogni udienza, per non lasciare sole le vittime, e per dare un segno di condivisione e responsabilità”. Infine, don Ciotti si concede una battuta sui 180.000 euro di risarcimento accordati a Libera dai giudici: “I risarcimenti non arrivano mai - dice - ma se questo arriverà sarà speso per finanziare progetti a sostegno di persone in difficoltà, come quello con i ragazzi della messa in prova che stiamo attuando con il ministero della Giustizia”.

Alla lettura della sentenza era presente anche Tizian, che fuori dal Tribunale dichiara che “la condanna di un’associazione mafiosa con tratti particolari come questa, che fondava il suo potere su economia e riciclaggio, e il fatto che sia stata riconosciuta in Emilia-Romagna, rappresentano un grande passo in avanti per questo territorio”. Secondo il giornalista, infatti, la sentenza di oggi “è uno spartiacque decisivo, e un segnale importante anche per gli altri processi simili a questo che devono partire o che sono in corso in regione”.