Quattromila le persone in cura: "Solo il 5% idoneo all’intervento"

Alfredo Conti, neurochirurgo del Bellaria, chiarisce quali sono i pazienti che possono ricevere lo stimolatore "Devono essere piuttosto giovani, cognitivamente integri e con uno stadio di malattia non troppo avanzato" .

Quattromila le persone in cura: "Solo il 5% idoneo all’intervento"

Quattromila le persone in cura: "Solo il 5% idoneo all’intervento"

Sono circa quattromila i pazienti con malattia di Parkinson seguiti presso l’Ircc, Istituto delle Scienze Neurologiche, dell’ospedale Bellaria, ma solo il cinque per cento potrà essere selezionato per ricevere il pacemaker. Vengono infatti scelte persone malate ma ancora abbastanza giovani e con una storia di Parkinson non troppo lunga (tra i cinque e i sette anni). Inoltre non devono presentare compromissioni cognitive e devono aver mostrato nel tempo una risposta positiva ai farmaci usati per contrastare il Parkinson, come spiega il professor Alfredo Conti, neurochirurgo.

"È l’evoluzione di una tecnica chirurgica che esiste da una ventina di anni. La tecnica di base consiste nell’impianto di due elettrodi nei nuclei cerebrali profondi che controllano il movimento del paziente – chiarisce –. Questi due elettrodi, che devono essere posizionati con estrema precisione sono collegati a un pacemaker, che attiva una stimolazione cosiddetta open, in aperto, unidirezionale, in modo costante con delle variazioni che vengono effettuate e seguite dal medico, normalmente il neurologo, che le regola in base alle esigenze del paziente. Da alcuni anni – prosegue – abbiamo a disposizione una tecnologia veramente rivoluzionaria: la possibilità di avere un feedback, quindi non solo la stimolazione ma possiamo registrare l’attività motoria del paziente a livello quasi molecolare e ottenere una stimolazione in risposta alle esigenze del paziente. Questo offre una enormità di vantaggi, sia per il paziente che può ricevere una stimolazione più adeguata alle sue esigenze che possono variare nel corso della giornata o delle settimane, ma avere anche un risparmio di energia per quanto riguarda lo stimolatore che dura un tempo maggiore. Abbiamo lavorato su questo per molti anni – sottolinea – e questo ci ha consentito di ottenere un rilievo nazionale e siamo stati selezionati per essere capofila per l’applicazione di questa ultima tecnologia disponibile".

Ma che non potrà essere per tutti, come fa presente sempre Conti: "Normalmente sono pazienti abbastanza giovani, cognitivamente integri, uno stadio di malattia non estremamente avanzato, malattia in genere controllata con i farmaci. La stimolazione consente non solo di ridurre del 50 per cento i sintomi, ma della stessa percentuale anche i farmaci ed evitare i gravi effetti collaterali dei medicinali. La vita del paziente cambia così in modo straordinario". Conti afferma che si fanno circa tre interventi al mese e quest’anno saranno, più o meno, una trentina.

Alla presentazione dell’intervento c’erano: Paolo Bordon, direttore generale dell’Ausl; Pietro Cortelli, direttore operativo dell’Irccs e direttore dell’Unità operativa complessa Neuromet; Raffaele Lodi, direttore scientifico dell’Irccs e Luca Rizzo Nervo, assessore comunale con deleghe a Welfare e salute.

"Il Bellaria ha una lunga storia nello studio dei disordini del movimento e adesso inizia una nuova era", sottolinea Cortelli e aggiunge Sturiale "la strada è aperta a ulteriori miglioramenti". Bordon fa notare "il grande risultato frutto di un lavoro di squadra significativo, grazie al team multidisciplinare che lavora all’Irccs del Bellaria. E’ la dimostrazione che assieme si può fare innovazione dal punto di vista della scienza medica e anche ricerca su pazienti complessi". Un orgoglio per la città di Bologna che è una punta di diamante in questi trattamenti ad alta complessità. Nella consapevolezza che la salute e la qualità di vita dei cittadini sono al centro", commenta Rizzo Nervo.

Monica Raschi