Tecnici impegnati nei lavori di riasfaltatura (Immagine di repertorio Fotocastellani)
Tecnici impegnati nei lavori di riasfaltatura (Immagine di repertorio Fotocastellani)

Bologna, 1 marzo 2019 - C’è un filo rosso che lega i 21 Comuni bolognesi finiti nelle carte dell’inchiesta della Dda di Venezia sulle cosiddetteStrade al veleno. Un filo rosso che vede le amministrazioni parti offese, totalmente esenti da responsabilità, ma contemporaneamente protagoniste loro malgrado. Perché quei cantieri nei quali sarebbe stato usato concrete green illecito – perché per gli inquirenti quel materiale edile sforava i limiti di legge previsti per i metalli pesanti ed era a tutti gli effetti rifiuto – hanno interessato davvero le loro strade. E in buona parte se non tutti erano legati a cantieri per interventi su condutture o fogne della multiservizi Hera. Nessun cantiere, quindi, aperto direttamente dalle pubbliche amministrazioni, ma quelle miriadi di interventi di riparazione o sostituzione che la multiutility esegue, appaltandoli di solito a ditte specializzate. E queste, una volta finito l’intervento, rattoppavano gli scavi utilizzando asfalto sopra e sotto concrete green che, sulla carta, aveva tutte le certificazioni in regola.

I risvolti dell’inchiesta stanno emergendo alla spicciolata, dopo che come una doccia fredda tre giorni fa sono iniziati ad arrivare ai Comuni gli avvisi di fissazione dell’udienza preliminare per tre imprenditori veronesi, in programma il 20 marzo. Il pm veneziano Giovanni Zorzi ha chiesto infatti il rinvio a giudizio per i tre accusati di traffico e gestione illegale di rifiuti tra il 2014 e il 2016 in mezzo nord Italia, tanto che i territori finiti sotto la lente sono 71. E solo a seguito di quella notifica, diversi Comuni hanno potuto ricostruire di essere stati interessati da uno, due o tre cantieri. Come il caso di San Lazzaro che, però, già dal 2017 aveva chiesto ad Arpae ed Hera di verificare la pericolosità del materiale usato.

Nell'aprile 2017 i carabinieri forestali di Rovigo avevano scritto all’amministrazione guidata da Isabella Conti, comunicando che sul suo territorio risultavano esserci stati cantieri nei quali la ditta imolese Idroltec (che è estranea all’inchiesta) aveva stato usato il concrete green in questione. La risposta degli uffici di San Lazzaro fu immediata: meno di un mese dopo scrissero a Hera, Arpae e carabinieri spiegando che i cantieri in questione erano due, entrambi gestiti dalla multiservizi che aveva appaltato l’intervento (uno sulle fogne in via della Costituzione, l’altro in via Del Colle sulla rete gas) alla Idroltec. Ma nel farlo il Comune chiedeva anche che venissero fatti campionamentin per verificare le concentrazioni di inquinanti. Tutto finito? Più o meno, perché a luglio Hera rispose al Comune spiegando di aver fatto verifiche con la ditta in appalto che aveva usato materiale «dotato di certificazioni di qualità che ne attestavano la conformità alla normativa vigente». Una risposta poi ‘girata’ ad Arpae e carabinieri, senza che seguissero ulteriori comunicazioni né degli inquirenti, né dei controlli richiesti in loco. Fino all’altro giorno, quando al Comune è arrivata la notifica da Venezia.

Sulla vicenda «Hera sta da tempo collaborando con le autorità competenti e, qualora i fatti fossero provati, si costituirà parte lesa, attivandosi in tutte le sedi competenti a tutela della propria reputazione e professionalità – fa sapere la multiservizi –. I controlli sui fornitori sono rigorosi e, anche nel caso in oggetto, il bitume utilizzato dalla ditta incaricata del ripristino degli asfalti possedeva le certificazioni di qualità previste dalla normativa vigente». Diversi Comuni hanno già annunciato che chiederanno la bonifica del materiale inquinante, se rintracciato, e su questo «Hera valuterà tutte le azioni più opportune da intraprendere anche nei confronti del fornitore».