di Claudio Cumani Perché non ci sono più personalità come Roberto Longhi? Perché, dice Marco Antonio Bazzocchi, docente di letteratura alla nostra università e autore per il Mulino di un denso e intrigante volume in uscita in questi giorni intitolato Con gli occhi di Artemisia (sottotitolo Roberto Longhi e la cultura italiana), c’era negli anni del Dopoguerra un’idea di cultura completa e complessa che si andata poi perdendo. "Longhi – spiega il professore – quando parlava di arte aveva in testa anche il cinema, la letteratura e la poesia. Oggi, vittime della settorializzazione e della specializzazione come siamo, non possediamo più quella visione completa dell’arte e della cultura che riesce a tracciare più punti". Il libro di Bazzocchi svolge un ragionamento molto articolato che tocca anche il lavoro della moglie del grande critico, Lucia Lopresti, che con lo pseudonimo di Anna...

di Claudio Cumani

Perché non ci sono più personalità come Roberto Longhi? Perché, dice Marco Antonio Bazzocchi, docente di letteratura alla nostra università e autore per il Mulino di un denso e intrigante volume in uscita in questi giorni intitolato Con gli occhi di Artemisia (sottotitolo Roberto Longhi e la cultura italiana), c’era negli anni del Dopoguerra un’idea di cultura completa e complessa che si andata poi perdendo. "Longhi – spiega il professore – quando parlava di arte aveva in testa anche il cinema, la letteratura e la poesia. Oggi, vittime della settorializzazione e della specializzazione come siamo, non possediamo più quella visione completa dell’arte e della cultura che riesce a tracciare più punti".

Il libro di Bazzocchi svolge un ragionamento molto articolato che tocca anche il lavoro della moglie del grande critico, Lucia Lopresti, che con lo pseudonimo di Anna Banti scrisse alcune pagine di saggistica fondamentali, consacrando la fortuna di Artemisia Gentileschi.

Si può dire che il suo saggio parte da due prospettive diverse che poi si intrecciano? Quella di lui e di lei?

"È proprio così. Intanto parlo di Longhi, lo storico italiano dell’arte del ‘900 più rilevante, che all’estero ha avuto poca fortuna forse per uno stile difficile fatto di metafore. È stato il suo modo di leggere un quadro a rivoluzionare la nostra percezione e a ribaltare la storia dell’arte. Mentre tutti guardavano Raffaello o Botticelli, lui ha scoperto l’importanza dell’arte delle province lombarde e padane e la centralità di personalità fino allora marginali come Piero della Francesca, Caravaggio o i pittori ferraresi".

Eppoi della moglie...

"Lucia, Anna Banti, ha iniziato a scrivere di strane figure femminili di cui non si parlava e ha realizzato un libro su Artemisia Gentileschi che va in una direzione diversa da quella del marito. Lancia questa pittrice come Longhi aveva fatto con Caravaggio. Oggi Artemisia, di cui in Pinacoteca è possibile vedere in questi giorni Susanna e i vecchioni, è un punto di riferimento: Londra le sta dedicando una mostra importante, Milano presto lo farà. Ecco mi pareva interessante intrecciare queste due storie familiari".

Quali erano i cardini sui quali si muoveva Longhi nella lettura di un’opera?

"Il colore, la luce, lo spazio. Ha rivoluzionato la storia dell’arte e ha inventato l’Italia che conosciamo oggi. Quella che ama Caravaggio, il Barocco, il ‘600. Alcuni dei più grandi scrittori, come Testori, Bertolucci, Volponi o Bassani, hanno imparato a scrivere da lui. Pasolini ha fatto cinema pensando alle lezioni di Longhi che ascoltava in via Zamboni".

Il suo volume si inserisce nel solco dei ‘visual stories’. Cosa significa?

"Con quel termine si identifica una corrente americana degli ultimi anni che sostiene come le opere d’arte vadano lette per l’effetto che fanno sul pubblico. Credo che questo sia vero. Longhi aveva perfettamente capito l’effetto che sul futuro avrebbero prodotto le opere di Caravaggio o Piero della Francesca. Faccio un esempio riferito a questo artista. La Madonna del parto è riuscita a influenzare cinefili come Pasolini, Zurlini, Guerra o Tarkovskij. Quest’ultimo la mostra in sequenze di Nostalghia, Zurlini per farla vedere trasporta addirittura Alain Delon da Rimini a Monterchi ne La prima notte di quiete".

Anche Bassani risente di quella lezione?

"Lui segue lo storico all’università di Bologna fra il ‘38 e il ‘39 e impara il modo di raccontare la realtà. Un modo fatto di sguardi. C’è di più. Quando nel Giardino dei Finzi Contini la protagonista Micol, per descrivere quello che vede, definisce alcune bottigliette ’lattimi’ c’è un preciso riferimento. È un termine che Longhi cita in un saggio su Piero. Che è un artista caro a Bassani così come Caravaggio lo era a Pasolini. Il Vangelo secondo Matteo lo dimostra".

Scrive che anche Giovanni Testori fu in qualche modo legato a Longhi?

"Non fu suo allievo ma ne subì l’insegnamento spirituale. Quando Testori scrisse un saggio di una decina di pagine su un pittore allora poco noto come Francesco del Cairo, fu il maestro a farlo pubblicare sulla rivista Paragone".

Resta il fatto che, secondo alcuni, la scrittura di Longhi è complicata. Che ne dice?

"Se lo si studia si capisce che ha inventato un linguaggio davvero nuovo per la pittura. Balthus viene in Italia per vedere Piero della Francesca dopo aver letto con il suo maestro Rilke il saggio dello studioso. E rimane talmente affascinato da riprodurre quattro affreschi".