Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, durante le celebrazioni per San Petronio (Schicchi)
Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, durante le celebrazioni per San Petronio (Schicchi)

Bologna, 4 ottobre 2019 - “L’anno scorso parlai della bonomia, caratteristica attribuita alla nostra città, che la definisce nel profondo, ma che dobbiamo difendere dal rancore, dall’istinto della paura che fa cercare un nemico, dal non chiedere mai scusa, dal parlarsi addosso che annulla il dialogo, dall’enfatizzare i problemi invece di risolverli”. Quest’anno il cardinale in pectore Matteo Zuppi nella sua omelia per San Petronio, oltre a citare il cardinale Giacomo Biffi e monsignor Gherardi di cui ricorre il centenario della nascita e il ventesimo anniversario della morte, chiede "l’accoglienza che non è affatto aprire al pericolo, ma alla vita”.

Poiché “chi accoglie sarà accolto. E accoglienza non è preparare una stanza e magari poi il conto, ma aprirsi alla vita, perché chi accoglie trova vita. Chi accoglie la vita dal suo inizio al suo compimento, trova la sua vita e prepara il suo futuro”.
Lo stesso San Petronio, sempre raffigurato come colui che “tiene tra le mani tutta la città, ci ricorda che tutti sono da amare, senza distinzioni e preferenze, anzi iniziando dagli ultimi”.

Al tema dell'accoglienza è stata dedicata anche l'iniziativa gastronomica del comitato dei festeggiamenti della diocesi, in occasione della festa, che ha fatto discutere: sono stati preparati i tortellini da offrire ai fedeli e ne sono stati
prodotti anche alcuni chili con carne di pollo anziché di maiale, per invitare anche i bolognesi di religione ebraica o islamica.


Bologna, prosegue Zuppi, è la città dei portici dove “si nascondono tante sofferenze”. Ad esempio, “penso a chi è colpito da malattie degenerative e ai suoi familiari, a chi è schiavo di dipendenze, dalla droga alla pornografia; alla malattia psichiatrica che è in aumento specialmente tra i giovani; a chi, profugo, è lasciato orfano perché non adottato da cuori buoni e rimane in un limbo deludente e pericoloso per tutti”.

Ecco perché è importante, esorta l’arcivescovo, l’aiutarsi “gli uni con gli altri, come i portici che si sorreggono a vicenda. L’accoglienza inizia da un cuore che ama più della sua paura. Possiamo anche noi essere protector di qualcuno, difendendo dall’indifferenza e dalla solitudine, da parole dure o dalla durezza di essere lasciati senza parole, senza compagnia e visita. Quanta sofferenza che non viene consolata! Quanta fragilità diventa un peso ancora più insostenibile per chi è fragile e per chi deve aiutare, proprio perché non aiutata dall’attenzione dei fratelli. Diventiamo protector anche solo con il saluto affettuoso, prima accoglienza, con un volto luminoso e non scuro, abbassandoci verso l’umanità dell’altro”.

Del resto “siamo forti quando siamo servi non padroni. Domandiamoci: chi posso “servire”, andando a trovare, aiutando, proteggendo anche solo con la preghiera? Siamo grandi quando ci facciamo piccoli”.

Infine sollecita Zuppi “Signore, tu ci accogli come un Padre buono e ci aiuti a amare e difendere la nostra casa comune, insegnaci a renderla accogliente e forte con il nostro amore verso tutti specialmente i più poveri. Con intelligenza, perseveranza e gioia”.

Zuppi è prossimo a diventare cardinale per volere di Papa Francesco: domani si terrà il  concistoro che sancirà la sua 'promozione' al porporato.