Bologna, 16 novembre 2019 - Il telefono non smette di squillare. «I giornali, l’Ansa, l’Annunziata: oggi mi hanno chiamato tutti, se va avanti così la mia ragazza mi lascia...». Altro che Salvini, Mattia Santori ha problemi più grossi. Trentadue anni, laureato in Scienze Politiche e istruttore di frisbee, è una delle menti delle ‘sardine’ anti-Lega, ideate in una notte insonne insieme a Roberto Morotti, Giulia Trappoloni e Andrea Garreffa. Quattro amici poco più che trentenni, che giovedì sera hanno portato in piazza 15mila persone: «Mi hanno sgridato, siamo stati troppo prudenti, erano anche di più. Ma ne aspettavamo la metà...», confessa il giorno dopo.

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Quattro ragazzi sconosciuti hanno riempito piazza Maggiore: com’è successo?
«Una spiegazione ce la siamo data: la gente aveva bisogno di tornare in strada, senza teatrini. Molta gente non lo faceva da anni, c’era voglia di dare un segnale».
Di che tipo?
«Di speranza, lontano dalla retorica e dagli slogan populisti che sentiamo in continuazione».
Colpa di Salvini?
«La sua sembra l’unica voce in campo e da giovedì non lo è più. Nessuno gli dà contro, invece abbiamo decuplicato i suoi numeri su Facebook e raddoppiato quelli nella realtà. E’ venuto qui a fare campagna elettorale in una regione che non conosce e gli abbiamo dato una risposta. Lui ha portato gente dalla Lombardia e dal Trentino, noi al massimo da Argelato. E’ stata suonata una sveglia collettiva: siamo partiti noi quattro, ci sono venuti dietro famiglie, bambini, pensionati, gente comune».
Avete colmato un buco a sinistra?
«Non lo so. L’abbiamo detto anche giovedì sera: non diamo colpe a nessuno, né al Pd, né alla sinistra, perché la colpa è solo nostra».
Ovvero?
«Quanta gente non veniva in piazza da tempo? Quanta gente non disegnava qualcosa da anni? Quanta gente criticava e basta, senza fare nulla? Il nostro è un messaggio positivo, volevamo colpire le persone al cuore e dire: ‘Ma tu, che ti lamenti e basta, cos’hai fatto per fermare tutto questo?’».
Ha funzionato.
«Speriamo. Di certo, la gente è tornata a casa con la speranza che si possa cambiare, se tutti mettiamo insieme il nostro pezzetto».

La protesta delle sardine in piazza Maggiore (foto Schicchi)
Vi sentite un modello?
«Altre città ci hanno chiesto una mano, a iniziare da Modena dove si sono già auto-organizzati per lunedì. Faremo da coordinatori, da ‘ponti’. Non di più, perché non abbiamo il tempo».
E’ un caso che sia accaduto a Bologna?
«Assolutamente no, perché non c’è città migliore di Bologna per arrestare questa cavalcata del sovranismo che tutti definiscono inarrestabile. Ci guardano, ci implorano: ‘In Emilia-Romagna fate qualcosa’ e l’abbiamo fatto».
Addirittura?
«Ci arrivano messaggi da tutta Italia, le sardine sono diventate una speranza e oggi molta gente si è svegliata con un sorriso».
Parlate da politici nati.
«E’ il contrario. Abbiamo chiesto a tutti da subito di slegare questo evento da ogni bandiera politica. C’erano tre condizioni: nessun insulto, nessun simbolo, nessun partito. Non siamo politici, solo ragazzi ‘insonni’».
Cioè?
«L’idea mi è venuta, perché non riuscivo a dormire. Leggevo i proclami di Salvini e guardavo le sue foto insieme alla Meloni, finché mi sono detto che dovevamo fare qualcosa. Ho controllato la capienza del PalaDozza e volevo essere almeno uno di più. La mattina dopo ci siamo sentiti e abbiamo organizzato tutto molto velocemente, tutto qua».