PAOLO ROSATO
Cronaca

Sindrome delle culle vuote: "I giovani vogliono figli. Ma bisogna sostenerli. E servono grandi risorse"

Alessandro Rosina, demografo e ordinario alla Cattolica di Milano "L’Emilia Romagna attrae, però la fecondità è poco sopra la media italiana".

Sindrome delle culle vuote: "I giovani vogliono figli. Ma bisogna sostenerli. E servono grandi risorse"

Sindrome delle culle vuote: "I giovani vogliono figli. Ma bisogna sostenerli. E servono grandi risorse"

Alessandro Rosina, demografo e ordinario alla Cattolica di Milano, come si arresta la sindrome delle culle vuote in Italia?

"Il numero desiderato di figli non è in Italia più basso rispetto agli altri paesi europei. Quello che ci distingue è un maggior divario tra tale numero, che risulta vicino a due, e numero medio di figli effettivamente realizzato, che risulta pari a 1,24 figli secondo i dati Istat più aggiornati. La crisi della natalità in Italia si arresta sostenendo l’autonomia dei giovani e la scelta di avere figli per le giovani coppie".

Quali sono le politiche attive da adottare per ridare slancio?

"Nel confronto con gli altri paeci sono tre i principali nodi. Il primo è sul tempo di arrivo del primo figlio ed è da ricondurre alle difficoltà dei giovani nel conquistare una propria autonomia dalla famiglia. Il secondo nodo è andare oltre il primo figlio specialmente se si sono riscontrati problemi di conciliazione con il lavoro. Il terzo nodo è l’esposizione al rischio di povertà, soprattutto oltre il secondo figlio".

I flussi migratori non bastano più?

"E’ urgente invertire la tendenza sulle nascite. È, quindi, necessario anche un aumento dei flussi migratori adeguatamente gestiti. Se, da un lato, l’immigrazione è un fattore rilevante per rispondere agli squilibri demografici e ai fabbisogni delle imprese in molti settori, d’altro lato non è possibile un’attrazione di qualità senza sviluppo economico e possibilità di integrazione lavorativa e sociale".

Anche solo la percezione dell’assenza di prospettive lavorative influisce sulla voglia di fare figli?

"Le difficoltà rispetto all’accesso a una casa e alla continuità di reddito porta a lasciare congelata la scelta, anche quando è desiderata, in attesa di condizioni migliori. Poi ci si adatta a uno stile di vita fatto di abitudini che si ha sempre meno voglia di rimettere in discussione e, soprattutto sul versante femminile, ci si accorge che avere un figlio è sempre più difficile perché gli anni più fertili sono passati".

Lei parteciperà agli Stati Generali della Natalità, organizzati dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con l’associazione ‘Bologna Bene Comune’, il 20 febbraio nella sala ‘20 maggio 2012’, in Regione. Su cosa verterà il suo intervento?

"Sulla discrasia tra desiderio e realtà che, se non trova soluzione attraverso il migliorando delle condizioni oggettive, può portare a una revisione al ribasso del desiderio stesso. Nessun paese maturo avanzato è riuscito a contenere il deficit demografico senza mettere in campo misure solide e strumenti efficaci di sostegno alla natalità. Vale, piuttosto, il contrario: il numero desiderato può ridursi nei contesti in cui la carenza di politiche e di attenzione pubblica porta a consolidare il messaggio che la nascita di un figlio non è considerata un valore sociale".

In Emilia-Romagna in molti si fermano per lavorare, anche Bologna è oggetto di una forte immigrazione interna. A suo modo è un modello da seguire in Italia?

"L’Emilia-Romagna sia per capacità attrattiva (sia da altre regioni che dall’estero) sia per politiche familiari e servizi alle famiglie presenta una situazione senz’altro migliore rispetto al resto del Paese. Ma non basta. La fecondità della regione è poco sopra la media italiana ma sensibilmente sotto la media europea".