Il procuratore capo di Bologna Amato
Il procuratore capo di Bologna Amato

Bologna, 20 giugno 2019 - "Francamente parlare di aggressività è parlare di un qualcosa che non appartiene al modo di fare di questo ufficio": lo ha detto il procuratore capo di Bologna, Giuseppe Amato, intervenuto sul caso di Stefano Monti, 59 anni, il detenuto imputato per omicidio in un 'cold case' che si é impiccato ieri mattina nel carcere di Bologna ad una settimana dalla programmata sentenza presso la Corte di assise.

Il pm ha replicato alle esternazioni del difensore di Monti, avvocato Roberto D'Errico, che aveva legato le possibili cause del suicidio del suo assistito ad "un disagio legato ad un processo particolarmente aggressivo nei suoi confronti".

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Questo, secondo il procuratore capo di Bologna "é argomento che non si può accettare, perchè contrario alla realtà dei fatti - ha dichiarato in una nota - e che fa torto alla serietà della Corte di assise e del suo presidente che sono stati gli arbitri del processo, condotto in modo assolutamente sereno, lineare e corretto, a prescindere dall'idea, che ciascuno puo' avere, sulla condivisione dell'impostazione dell'accusa, che è alla Corte che spettava di giudicare".

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E' un processo "che ha avuto il merito di cercare di trovare una risposta ad un grave fatto omicidiario risalente a venti anni prima. E' un processo che è stato condotto in modo completo dal punto di vista tecnico - ha sottolineato Amato - sotto il controllo anche del giudice per le indagini preliminari. E soprattutto è un processo che è stato condotto in modo sollecito, essendo stato rapidamente portato al vaglio della Corte di assise. Francamente parlare di aggressività è parlare di un qualcosa che non appartiene al modo di fare di questo ufficio e di chi lo ha rappresentato, in modo condiviso totalmente dal capo dell'ufficio. Credo che una vicenda grave e drammatica come questa - ha detto ancora il pm - dolorosa per i familiari anche della vittima che volevano avere una risposta giudiziaria, meriti toni conferenti e coerenti".

Il capo della Procura di Bologna ha osservato che "il suicidio è un atto drammatico che non ammette commenti seri perchè riscontrabili, diversi dalla rappresentazione del dolore per la fine di una vita umana e per i familiari, sulle cause e le motivazioni, anche quelle che potrebbero sembrare le piu' attendibili: come qui il dramma di dovere subire un processo. In realtà il processo - ha concluso - può essere stata la motivazione ultima, ma la scelta suicidiaria rientra nell'intimo imperscrutabile delle decisioni umane".