Il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna morirono 85 persone
Il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna morirono 85 persone

Bologna, 15 ottobre 2019 - Ora è ufficiale: i profili mitocondriali tra i resti conservati nella bara di Maria Fresu, «sono risultati non sovrapponibili» con il Dna dei parenti della donna morta nella Strage della stazione. A confermare ciò che era solo un’indiscrezione, con una nota ai consulenti di parte, d’accordo con il presidente della Corte, è stata la genetista Elena Pilli, perita nominata dalla stessa Assise nel processo all’ex Nar Gilberto Cavallini. Un documento che verrà depositato tra lunedì e martedì.

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«Un elemento sicuro e oggettivo – commenta l’avvocato Gabriele Bordoni, che difende Cavallini con il collega Alessandro Pellegrini – lo abbiamo raccolto, primo e unico di rilevante novità del processo: il corpo di una delle 85 vittime è scomparso. Ogni altra riflessione, se davvero si ha amore per la verità e la Giustizia, senza preconcetti nel rispetto delle vittime, oltre che di chi è chiamato a rispondere di quell’eccidio vile, sarà sviluppata in aula». «Ci sono due corpi di cui non si sa nulla – aggiunge Pellegrini –. Il corpo di Maria Fresu è sparito, e sappiamo che un corpo non può dissolversi. Poi abbiamo quello di una persona non identificata, sconosciuta, e mai reclamata da nessuno».

Un possibile «scenario dirompente», rimandato però al mittente da Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione vittime: «Riparte la cagnara – dice – e già si riparla della 86esima vittima. Con l’interruttore lo si è fatto per un mese, poi...». Insomma, no alla caccia ai fantasmi, secondo Bolognesi, no alle teorie secondo cui quel Dna apparterrebbe all’attentatore morto nell’esplosione. O, addirittura, sarebbe stato apposta sistemato accanto alle vittime per nasconderlo. «Non commentiamo una perizia non ancora depositata e il cui contenuto è sconosciuto – così gli avvocati di parte civile, Andrea Speranzoni, Roberto Nasci e Alessandro Forti –. Ma il problema non sarà il contenuto e l’analisi peritale», piuttosto «la tempistica delle indiscrezioni e il quadro generale che si sta muovendo fuori dal processo». Sulla vicenda, intanto, sono tornati a parlare Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, condannati in via definitiva con Luigi Ciavardini per la Strage: «Speriamo sia l’inizio di una nuova pagina per la storia del Paese – così la donna – perché se c’è una cosa certa è che io e Valerio non eravamo a Bologna».

«Sarebbe meglio non dire nulla – ha aggiunto il secondo – e lasciare agli altri l’imbarazzo. Sono loro che devono parlare, i cultori della teoria ortodossa della storia d’Italia con i fascisti male assoluto». E oggi si torna in aula, tra i testi Vincenzo Vinciguerra, condannato all’ergastolo per la strage di Peteano.