Gilberto Cavallini (Ansa)
Gilberto Cavallini (Ansa)

Bologna, 8 gennaio 2020 - Depositate le motivazioni della sentenza nei confronti di Gilberto Cavallini, l'ex Nar condannato esattamente un anno fa all'ergastolo per la strage alla stazione di Bologna. Un lavoro immenso di ben 2118 pagine dove la Corte,  presieduta dal giudice Michele Leoni, ricostruisce nel dettaglio perché Cavallini sarebbe responsabile degli 85 morti e oltre 200 feriti della bomba del 2 agosto 1980 fatta esplodere alla stazione assieme agli altri Nar.

Da tempo condannati definitivamente all'ergastolo Giusva Fioravanti e Francesca Mambro,  30 gli anni invece per Luigi Ciavardini. La difesa di Cavallini, gli avvocati Gabriele Bordoni e Alessandro Cavallini, ha da tempo annunciato il ricorso in appello. "Leggeremo le motivazioni".

Lunedi intanto continuerà l'udienza preliminare per quello che la Procura generale identifica come il "quinto uomo" della strage, Paolo Bellini, per il quale lunedì il gip ha rigettato la richiesta dei magistrati di Palazzo Baciocchi di arrestarlo.

"Cavallini era tutt'altro che uno 'spontaneista'"

Gilberto Cavallini “era tutt'altro che uno 'spontaneista' confinato in una cellula terroristica autonoma. Nonostante la sua maniacale riservatezza il suo nome è comparso in molti scenari, direttamente e/o incidentalmente”, si legge nella motivazione della sentenza della Corte di assise di Bologna. “Risulta chiaro che Cavallini, con i suoi 'collegamenti', era pienamente consapevole dei disegni eversivi che coinvolgevano il terrorismo e le istituzioni deviate”, sottolinea ancora la Corte.

Il presidente relatore ed estensore, Michele Leoni, cita sul punto una lettera indirizzata dal carcere all'ex terrorista Mario Tuti, fondatore del Fronte Nazionale Rivoluzionario, da Valerio Fioravanti, il 22 novembre 1982: “Prendi ad esempio la Strage di Bologna - scriveva il Nar - perché io e Francesca (Mambro, ndr) ci siamo dentro e non ci sono i vari Cavallini, che pure vivevano con noi?”.

Nello stesso capitolo della 'sentenza-trattato', 2.118 pagine depositate a quasi un anno esatto dalla condanna (9 gennaio 2020) ci si chiede “perché per 7 lustri una persona sia stata, sostanzialmente, in attesa di giudizio”. Sulle responsabilità di Cavallini si fa anche riferimento a come “in modo del tutto significativo, nel 2004, la Corte di assise di appello di Bologna, nella propria sentenza con cui è stata definitivamente sancita la colpevolezza di Ciavardini, premesso che la 'base' del gruppo era affidata sclusivamente a Cavallini, che conosceva luoghi e persone della zona, scriveva: 'Stranamente costui non è stato neppure rinviato a giudizio per il reato di strag'e”.

Secondo la Corte che ora lo ha condannato, “a fronte degli innumerevoli indizi gravi raccolti, che si legano tra loro e si potenziano a vicenda, tutti orientati verso la stessa direzione, tali da integrare un quadro probatorio univoco di notevole spessore, il giudizio di colpevolezza di Cavallini è conclusione immune da ogni ragionevole dubbio", quantomeno per l'ipotesi ex articolo 422 del codice penale, cioè il reato di strage, nell'ipotesi in cui questa venga commessa senza lo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato.

Una valutazione 'tecnica' sul tipo di reato, che viene spiegata più avanti. La Corte, si dice infatti convinta che Cavallini sia responsabile del reato di strage ex 285 codice penale, cioè 'strage politica'. Ma sottolinea anche come la Procura abbia ribadito una posizione 'minimalista' nell'impostazione accusatoria, una scelta “sostanziale, a dispetto dell'indicazione dell'articolo 285 nel capo di imputazione”. Dove si parla un delitto commesso “nell'ambito della banda armata neofascista spontaneista” Nar costituita con Fioravanti, Mambro, Ciavardini e Egidio Giuliani “con esclusione di qualsiasi ipotesi di partecipazione al delitto da parte di terzi da identificare”. Secondo la Corte, che non condivide questa impostazione, la conseguenza della stessa è in ogni caso l'impossibilità di andare 'ultra petita', cioè oltre le richieste dell'accusa e la necessità di condannare Cavallini solo per l'ipotesi di strage 'non politica'.

"Incontestabile che Maria Fresu fosse lì"

La difesa di Gilberto Cavallini ha poi ipotizzato che i resti della Fresu siano stati a suo tempo sostituiti con quelli di un'altra persona che si voleva non fosse identificata: l'eventuale attentatore, “forse il palestinese (o qualcuno di equipollente), che stava trasportando la bomba altrove e che se la fece scoppiare in itinere. È stato cioè ipotizzato - scrive la Corte - che vi sia stato un inquinamento delle prove”.

Ma per i giudici appare come incontenstabile “un'altra considerazione: nessuno poteva avere interesse a far sparire il cadavere di un'innocua e anonima viaggiatrice”. Bisognerebbe quindi “inventarsi che l'immaginario inquinatore abbia fatto sparire oltre al cadavere della Fresu - prosegue la Corte - portato via per sbaglio, anche uno o altri cadaveri”. In questo caso però ci si troverebbe di fronte ad una “inverosomiglianza di un depistaggio immediato e contestuale ad un evento non programmato, e la impossibilità di identificare resti sparsi nello scenario di totale congerie del dopo-bomba”. In conclusione, per la Corte, “non ci fu alcuna 86/a, 87/a, 88/a
vittima”.

Bolognesi: “Ora chi insiste con la pista palestinese la smetta”

Alla luce delle motivazioni della sentenza di condanna all'ergastolo di Gilberto Cavallini, ritenuto dalla Corte di Assise di Bologna colpevole per concorso nella strage del 2 agosto 1980, depositate oggi, "mi auguro che, a questo punto, coloro che insistono sulla pista palestinese o sulle varie piste internazionali la smettano". Lo afferma, parlando all'AdnKronos, Paolo Bolognesi, presidente dell'Associazione familiari delle vittime della Strage di Bologna.

"Sono contento - conclude - anche del fatto che sono più di 10 anni che facciamo delle memorie per il processo Cavallini e le indagini sui mandanti e questi due aspetti sono andati, per il momento, a buon fine".