Bologna, 13 giugno 2016 - Un caffè nel blasonato bar Zanarini poi via, in silenzio, verso il palazzo di giustizia di via Farini. Accompagnato dal suo legale, l'avvocato Ambra Giovene, Giusva Fioravanti, barba bianca, camicia e pantaloni blu, giacca verde e zaino in spalla, è entrato in tribunale a Bologna, lo stesso che lo aveva condannato all'ergastolo in via definitiva per la strage della stazione del 2 agosto 1980, che fece 85 morti e 200 feriti. Ad attenderlo cronisti, fotografi e tv. La sua testimonianza, in corso ora, era la più attesa nel processo a Gilberto Cavallini, imputato oggi per concorso in strage a 38 anni di distanza. 

Dopo Mambro e Ciavardini, oggi è il giorno, si diceva, dell'ex capo dei Nar che non ha dato il consenso alle riprese in aula e che non ha rilasciato dichiarazioni alla stampa. Il pm Antonello Gustapane sta conducendo l'esame per l'accusa e già non sono mancate dichiarazioni che contraddistinguono la personalità di Fioravanti, oggi libero e sposato con Francesca Mambro. In aula si è dichiarato "innocente" per la strage. Poi, sulla moglie: "Francesca è diversa dalle altre, è diversa per coraggio" non ha esitato a rispondere al magistrato che gli chiedeva del loro rapporto. "Non ha mai fatto un passo indietro - ha detto -. È stata condannata otto volte all'ergastolo senza aver mai sparato a nessuno. Forse una volta avemmo un dubbio, che avesse sparato a qualcuno ai piedi".   Nel lungo elenco dei delitti compiuti da Fioravanti, un particolare momento ha innescato brusio e qualche lacrima tra i familiari delle vittime tra il pubblico. Di due rapine a lui attribuite a Trieste non ne ricordava una per la quale era stato comunque condannato e quando gli è stato fatto notare ha risposto: "Non ci facevamo molto caso, una in più o una in meno".

Poi anche Fioravanti ha lanciato un messaggio che farà discutere, proprio come la moglie (sentita nelle scorse udienze) che negò essere una estremista di destra: «L'ho sempre detto - ha spiegato -, io personalmente non sono fascista, però ho una madre, un fratello e una moglie fascista. Mio padre invece non era fascista, ma sicuramente non era di sinistra. Diciamo che mi definivo fascista tra virgolette, per comodità, ma in realtà molti di noi non lo erano»

Diverse sono le domande che si stanno susseguendo sulla conoscenza in materia di esplosivi. Alla domanda se avsse mai maneggiato esplosivi, ha risposto "da militare sicuramente sì, ma a Bologna no" ricordando il suo periodo alla scuola ufficiali e nei paracadutisti, dove gli fu chiesto di "tradurre un manuale Nato" e fu sperimentato una volta un "assalto a un campo minato" come esercitazione. Ma sull'esplosivo di cui il gruppo a lui affiliato poteva possedere ha escluso alcuna sostanza se non una simile alla polvere da sparo, recuperata "da un relitto americano trivato mentre facevamo esplorazioni subacquee a Ponza".

E ancora: "Cavallini  è un ragazzo che molto giovane si è trovato in carcere ed è scappato. Ha accoltellato una persona, non c'era alcun retropensiero politico". Poi, sul ristretto gruppo dei Nar, di cui Fioravanti era il leader: "Quando decidemmo di 'alzare il
livello dello scontro
', per usare un'espressione tipica dei brigatisti, non avevamo il progetto politico di costruire una nuova Italia. La nostra era un politica per resistere alle botte che prendevamo e ai morti che subivamo. Noi eravamo sindacalisti di una generazione abbandonata da tutti, facevamo politica all'interno di un gruppo umano. Ci siamo dedicati alla vendetta, che è un surrogato più simile alla giustizia quando non hai nulla. Non facevamo solo azioni negative, ma anche positive: uccidere qualche
nemico, ma anche aiutare qualche amico
, per non essere dei meri giustizieri".

''Un gruppo non è un paio di manette - ha aggiunto Fioravanti -. Non abbiamo preteso vincoli di partecipazione esclusiva. Eravamo uniti dall'affetto e dalle botte prese. Eravamo un gruppo umano e molti di noi non erano fascisti. Gli attivisti più bravi erano mio fratello, Francesca, Vale, Cavallini e Alibrandi. Il resto era intercambiabile". 

Domanda: qual era l'obiettivo politico dei Nar? Risposta di Giusva: "Il Nar non ha mai voluto un proprio logo e non perché non sapessimo fare un disegnino. Non volemmo logo, un carattere, un'impaginazione perché il messaggio era questo: si poteva fare politica anche violenta senza gerarchia. Gli inquirenti cercavano i capi da noi perché applicavano le tecniche investigative che usavano per Brigate rosse e Prima linea. Tutti quelli che partecipavano a una nostra azione la conoscevano dalla A alla Z. Poi magari si trattava di azioni che dovevano avere impatto 5 e finivano a impatto 7, come una rapina che finiva in omicidio, ma non era previsto".

Bolognesi: "Fioravanti sembra avere più memoria"

Presente in aula, fra il pubblico, Paolo Bolognesi, presidente dell'Associazione dei parenti delle vittime della strage: «Sembra che lui un pò di memoria ce l'abbia - commenta Bolognesi -. Adesso vediamo gli sviluppi. Certo che nei momenti in cui si parla di Fiore, anche se i verbali precedenti danno una certa conoscenza rispetto a questo soggetto, lui sta dicendo che non lo conosceva. Questo lascia perplessi. Vediamo man mano che andiamo avanti come affronta tutti i vari problemi».

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