Strage del Pilastro
Strage del Pilastro
di Gilberto Dondi Le ombre che in quella terribile notte di trent’anni fa avvolgevano i giovani carabinieri di pattuglia al Pilastro non si sono ancora dissolte. Trent’anni di dolore e di dubbi che, come un fiume carsico, riaffiorano ogni anno allo scoccare del 4 gennaio, un giorno impresso a ferro e fuoco nella memoria della città e dell’Italia intera. Otello Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta, tutti poco più che ventenni, furono trucidati senza pietà dai fratelli Savi, i capi della banda della Uno Bianca, con un’azione di tale ferocia che ancora oggi lascia aperti molti interrogativi. Perché i killer, dopo aver crivellato di colpi la Fiat Uno blu dell’Arma, ferendo gravemente i tre carabinieri, invece di fuggire si avvicinarono e finirono quei poveri ragazzi con il colpo di grazia? Perché scatenarono un simile...

di Gilberto Dondi

Le ombre che in quella terribile notte di trent’anni fa avvolgevano i giovani carabinieri di pattuglia al Pilastro non si sono ancora dissolte. Trent’anni di dolore e di dubbi che, come un fiume carsico, riaffiorano ogni anno allo scoccare del 4 gennaio, un giorno impresso a ferro e fuoco nella memoria della città e dell’Italia intera. Otello Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta, tutti poco più che ventenni, furono trucidati senza pietà dai fratelli Savi, i capi della banda della Uno Bianca, con un’azione di tale ferocia che ancora oggi lascia aperti molti interrogativi. Perché i killer, dopo aver crivellato di colpi la Fiat Uno blu dell’Arma, ferendo gravemente i tre carabinieri, invece di fuggire si avvicinarono e finirono quei poveri ragazzi con il colpo di grazia? Perché scatenarono un simile inferno di fuoco senza un apparente, valido motivo? Fu davvero un triplice omicidio dettato dal caso o dietro c’era qualcosa di diverso? Sono queste le domande che, da quel lontano 4 gennaio 1991, si pongono i familiari delle vittime, a cominciare da Ludovico Mitilini, 53 anni, il fratello di Mauro, che di mestiere fa, strano scherzo del destino, proprio il poliziotto.

"Presenteremo alla Procura una formale richiesta di riaprire le indagini – dice –, stiamo raccogliendo gli elementi. Ci sono ancora tanti punti oscuri da chiarire. La verità delle sentenze è una verità monca".

Le sentenze di cui parla Mitilini sono quelle che, dopo le inchiesta sbagliate sui Santagata, hanno condannato i Savi e gli altri componenti della banda per l’eccidio del Pilastro e per le tante altre azioni criminali che insanguinarono l’Emilia Romagna e le Marche dall’87 al ’94. Una scia di sangue lunga 24 morti e oltre cento feriti. Roberto Savi, il ’corto’, e Fabio, il ’lungo’, erano i capi della banda, mentre il terzo fratello, Alberto, il più debole, subiva le forti personalità degli altri due. Poi c’erano i gregari: Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli, tutti poliziotti come Roberto e Alberto Savi. Solo Fabio non vestiva la divisa, con suo grande dolore: scartato perché miope dalla polizia, dopo mille lavori si era riciclato come camionista. La sua compagna, Eva Mikula, fu una delle protagoniste dei processi che si conclusero con l’ergastolo per i Savi e Occhipinti, 18 anni per Gugliotta e tre anni e otto mesi per Vallicelli.

Da allora tanto tempo è passato e i componenti minori della banda sono ormai usciti di prigione, mentre i Savi sono ancora dentro, anche se Alberto, l’unico ad aver intrapreso un percorso di riabilitazione, ha già ottenuto diversi permessi premio per uscire dal carcere di Padova. Roberto e Fabio, invece, entrambi detenuti a Bollate, non sono mai usciti, ma hanno presentato nel corso degli anni istanze varie, fra cui una richiesta di grazia (poi ritirata) al presidente della Repubblica. Tutte vicende che hanno riaperto le ferite mai rimarginate dei familiari delle vittime.

"Dietro la Uno bianca c’era solo la targa", disse in aula Fabio Savi in una frase diventata famosa. Un modo per dire che non c’era alcun terzo livello, servizi segreti deviati, mafia o chissà cos’altro. Ma in tanti la pensano diversamente: "I Savi hanno cambiato versione più volte – continua Ludovico Mitilini –, non sono credibili. Sulla strage del Pilastro prima hanno detto che spararono ai carabinieri perché temevano di essere fermati e controllati, poi perché volevano impossessarsi delle loro armi. Entrambe versioni inverosimili. Poi ci sono tante altre stranezze: la pattuglia dell’Arma doveva sorvegliare l’ex scuola Romagnoli, ma si allontanò per andare in via Casini, luogo dell’agguato, cosa che non poteva fare. Perché lo fece? E perché non fu mai trovato il foglio di servizio? E ancora: chi era il quarto uomo sull’Alfa 33 visto da diversi testimoni?". La conclusione è lapidaria: "Fu una trappola, quei tre giovani carabinieri dovevano morire. Strategia della tensione? Eversione? Servizi segreti deviati? Mandanti occulti? Non lo so, a questo punto non posso escludere nulla. Quel che è certo è che ci sono complici dei Savi ancora fuori. Ecco perché bisogna riaprire le indagini. Vogliamo la verità. Tutta la verità".