Jamel Moamib al suo arrivo in tribunale dopo lo stupro commesso nel 2009 su una quindicenne
Jamel Moamib al suo arrivo in tribunale dopo lo stupro commesso nel 2009 su una quindicenne

Bologna, 18 gennaio 2018 – Jamel Moamib è rimasto zitto. Di fronte al gip Domenico Panza, ieri mattina nel corso della convalida dell’arresto per la tentata violenza sessuale di lunedì mattina in via Bassa dei Sassi, il tunisino, difeso d’ufficio dall’avvocato Luca D’Apote, si è avvalso della facoltà di non rispondere: il giudice, oltre a convalidare il fermo, ha disposto per l’uomo che nel 2009 stuprò una quindicenne in via Mattei la custodia cautelare in carcere.

Spacciatore, ladro, stupratore: Moamib doveva essere espulso dall’Italia già da tempo, ma a causa della decina di alias e di date di nascita false, il suo percorso di rimpatrio si bloccava sempre nei Cie. Questo perché il consolato del Paese d’origine fermava la pratica, non riconoscendolo come suo cittadino.

Come rende noto la Questura, già dopo l’arresto della Squadra mobile nell’agosto 2008, l’ufficio immigrazione aveva avviato le prime pratiche per l’espulsione con il consolato del Paese nordafricano, con esito negativo. Il tunisino era quindi stato scarcerato il 15 gennaio 2009 e, di nuovo libero, il 14 febbraio aveva pestato e stuprato la quindicenne in via Mattei. Nella condanna a 6 anni e sei mesi che segue quei fatti terribili, il magistrato di sorveglianza dispone, tra le misure di sicurezza, di nuovo l’espulsione.

Così, quando a gennaio 2015, al termine della pena, esce dal carcere, la polizia lo accompagna al Cie di Caltanissetta, per le pratiche di rimpatrio. Ancora una volta, la Tunisia dice no. E, scaduti i 60 giorni, Moamib è di nuovo per strada. E torna subito a Bologna: controllato a marzo da una pattuglia, lo straniero di nuovo viene accompagnato al Cie, questa volta di Torino. Staziona qui fino a fine maggio, perché, un’altra volta, il consolato tunisino non lo riconosce come suo cittadino e non accetta il rimpatrio.

Fuori di nuovo, torna a Bologna e ad agosto 2015 viene arrestato per furto. Questa volta è sottoposto a obbligo di firma, ma continua a fare quello che vuole. Così, a febbraio del 2016 la Squadra mobile lo arresta ancora, su esecuzione di un ordine di custodia in carcere, per furto. Jamel non finisce alla ormai famigliare Dozza, ma va in carcere a Ravenna. E come fatto più volte dalla Questura di Bologna, anche quella ravennate avvia le pratiche di espulsione, quando il tunisino viene scarcerato, a febbraio 2017.

Niente di fatto, neppure sta volta. A marzo lo stupratore è già a Bologna e questa volta si fa arrestare per spaccio dai carabinieri della Bologna centro: viene condannato a otto mesi, che trascorre alla casa circondariale Rocco D’Amato e a novembre la pena viene tramutata in obbligo di firma al commissariato Bolognina-Pontevecchio.

Così arriviamo a qualche giorno fa, quando la bestialità di questo delinquente riesplode, riversandosi su una quarantaduenne romena che, a piedi in via Bassa dei Sassi, andava a un colloquio di lavoro alle 9 di mattina. Lei si è salvata: due ragazzi, Marco e Pasquale, sono accorsi prima che l’uomo riuscisse a trascinarla nel casolare che aveva scelto per la violenza. Quello, con tutta probabilità, dove in questi mesi ha trovato riparo. Ora è alla Dozza, ancora.

Dieci anni dopo il suo sbarco a Lampedusa, scontata la pena per l’ennesimo reato, forse è il caso che Jamel se ne torni a casa sua una volta per tutte.