di Donatella Barbetta Il nuovo accordo collettivo nazionale consente ai medici di famiglia e ai pediatri di libera scelta di fare i test rapidi antigenici per il rafforzamento delle attività territoriali di diagnostica di primo livello e di prevenzione dei contagi Covid. "Siamo disponibili a offrire le nostre strutture e a vederci da subito per organizzare il lavoro necessario", anticipa Raffaele Donini, assessore regionale alla Sanità. Ma in città le posizioni tra i sindacati dei camici bianchi non sono compatte. "Noi intendiamo dare una mano...

di Donatella Barbetta

Il nuovo accordo collettivo nazionale consente ai medici di famiglia e ai pediatri di libera scelta di fare i test rapidi antigenici per il rafforzamento delle attività territoriali di diagnostica di primo livello e di prevenzione dei contagi Covid. "Siamo disponibili a offrire le nostre strutture e a vederci da subito per organizzare il lavoro necessario", anticipa Raffaele Donini, assessore regionale alla Sanità. Ma in città le posizioni tra i sindacati dei camici bianchi non sono compatte.

"Noi intendiamo dare una mano al Dipartimento di sanità pubblica. Faremo i tamponi rapidi ai contatti asintomatici dei familiari conviventi con i nostri pazienti positivi – spiega Maurizio Camanzi, segretario provinciale Fimmg, Federazione medici di medicina generale a cui aderiscono quasi 350 camici bianchi su un totale di 550 –. E la prossima settimana incontreremo l’Ausl per proporre un modello ed evitare che venga demandato ai medici di famiglia quello che altri non riescono a fare. Ascolteremo le ragioni dell’Azienda con cui dovremo stringere un accordo".

Prudente Cristina Carboni, segretario provinciale Fimp, Federazione italiana medici pediatri: "Eseguiremo i test, ma le modalità di esecuzione saranno definite da accordi regionali, in modo da poter lavorare nelle condizioni migliori. Ritengo che saranno da privilegiare strutture dotate di percorsi diversificati, piuttosto che ambulatori singoli". Non è d’accordo Roberto Pieralli, presidente provinciale Snami. "No alla firma per molti motivi: organizzativi, logistici e professionali. Serviva un testo diverso, che prevedesse la possibilità, ma non l’obbligo per tutti. Invece, si impone un nuovo obbligo convenzionale trasversale – osserva Pieralli – che non tiene conto dei fattori ambientali e organizzativi così come della capacità del singolo medico di poter materialmente eseguire quel compito. I tamponi per Covid, dei quali riconosciamo l’utilità e l’opportunità di ampia esecuzione, devono essere effettuati in strutture idonee e sicure, quali non sono gli ’studi’ dei medici di famiglia". Michele Tamburini, segretario regionale la pensa così: "Diciamo no ai tamponi dal medico di famiglia obbligatori, ma volontari, perché pensiamo soprattutto ai pazienti che vengono a farli e alle nostre sale d’attesa che non siamo in grado di sanificare nei tempi prescritti. E poi pensiamo ai medici e ai rischi di salute che corrono in quanto sprovvisti delle protezioni che, invece, vediamo in televisione". D’accordo con lui Fabio Brinati, segretario provinciale Smi. Anche Lucia Monari, rappresentante di Fismu-Intesa sindacale per l’Ausl, insiste "sull’inadeguatezza degli studi per questo ’servizio’, che poi comporterebbe un gravissimo disservizio su tutte le altre attività".