Nazzareno Galiè, direttore dell’unità operativa complessa di Cardiologia del Sant'Orsola
Nazzareno Galiè, direttore dell’unità operativa complessa di Cardiologia del Sant'Orsola

Bologna, 4 luglio 2020 - Serve un controllo al pacemaker o al defibrillatore sottocutaneo? Basta un clic. La telemedicina fa passi da gigante e, in tempi di Covid, fa la differenza. In Italia i controlli a persone con impianti sottocutanei elettronici sono calati del 60% durante il lockdown, stando all’associazione italiana Aritmologia e Cardiostimolazione; al Sant’Orsola invece, che già da 12 anni utilizza macchinari elettronici all’avanguardia monitorabili da remoto, il calo è stato appena di un fisiologico 15%.

Lo spiega il professor Nazzareno Galiè, direttore di Cardiologia al Policlinico. "Da 12 anni ormai impiantiamo macchine sofisticate, che possono cardiovertire il paziente con fibrillazione atriale, causa di morte improvvisa, ma richiedono anche controlli e manutenzione – spiega il cardiologo –. Prima il check avveniva avvicinando una sorta di antenna al punto in cui era impiantato l’oggetto, ora invece le strumentazioni dialogano da remoto, via rete o etere". I dati arrivano immediatamente al centro di Telemedicina – il cui responsabile è il dottor Mauro Biffi –: questo avviene periodicamente, per verifiche come lo stato della batteria, oppure in caso di eventi anomali in cui c’è stato bisogno dell’intervento del macchinario. Subito dopo il paziente viene contattato per telefono. "Così capiamo se ci sono state cause scatenanti particolari o se occorre fissare un controllo di persona. Con questo sistema effettuiamo in media tre controlli l’anno a paziente – conta ancora il professor Galiè –, uno programmato e due dopo alert. Sia per le aritmie sia per gli scompensi cardiaci, la pandemia del futuro".  

Durante il lockdown, poter monitorare così i pazienti (di cui molti fuori regione) ha fatto la differenza: "Sapere che eravamo sempre in contatto con loro li ha anche rassicurati", riflette il professore. In media, al Sant’Orsola si impiantano 500 macchinari di questo tipo l’anno (il 30% defibrillatori); sono 3.500 oggi quelli con controllo da remoto. Nel 2019, i controlli in ambulatorio sono stati 3.179, oltre 11mila quelli in telemedicina; lo stesso anno, gli impianti moderni installati sono stati il 40% in più sul 2018, quelli tradizionali il 20% in meno.

"Secondo uno studio del 2014, per i soggetti con scompenso cardiaco trattati in telemedicina, la mortalità cala dall’8,7 al 3,4%, rispetto ai metodi tradizionali: la diagnosi tempestiva è fondamentale", chiude Galiè.